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“LE CURE DOMESTICHE” – recensione

 

Sebbene il titolo (titolo originale “Housekeeping”, “Padrona di casa” edizione Serra e Riva, poi “Le cure domestiche” edizione Einaudi) potrebbe far pensare a una riproposizione della favola di Cenerentola in chiave più moderna, questo romanzo racconta qualcosa di molto diverso.

La trama di “Le cure domestiche” di Marilynne Robinson

È la storia di una vita non conforme alle “buone maniere” che la società imporrebbe. È la storia di alcune anime sperse nel marasma del mondo, di certo incapaci di conformarsi alla “normalità” di chi le circonda.

Possiamo collocare la narrazione tra gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo. L’autrice ha inventato una noiosissima cittadina sulla riva di un lago della provincia americana, nel Midwest, dove non succede mai un bel niente, non fosse per qualche sporadica inondazione che stravolge tutto e ammazza qualcuno. Ecco perché chiunque abbia un minimo di ambizione vorrebbe andarsene via per sempre.

I protagonisti

Ruth, la protagonista e la voce narrante, è una ragazzina inquieta e sciatta. Non si prende cura né di se stessa né della casa in cui vive. Forse perché il suo disordine interiore ha bisogno di manifestarsi anche fuori dall’animo, forse perché non c’è nessun tutore, nessun educatore, pronto a rimbrottarla.

Ruth vive con la sorella minore Lucille e con una giovane zia – Sylvie – un po’ tocca nel cervello. Era una vagabonda, ma ha dovuto rinunciare al nomadismo per prendersi cura, in un modo tutto suo, delle nipoti. Era una millantatrice e non ha certo smesso di raccontare frottole.
I genitori? Non ci sono, e non spetta certo a me spiegarvene il motivo. Potreste scoprirlo leggendo il romanzo, affidandovi alla piacevolissima prosa di Marilynne Robinson, la cui eleganza formale mi ha a tratti ricordato lo stile di Simone De Beauvoir. Scusate se è poco. In quest’opera ogni singola frase è un saggio di artigianato letterario che riesce a veicolare alla perfezione sentimenti e stati d’animo. Ogni volgarità, ogni pochezza, è messa al bando da scelte lessicali accurate, efficaci, sapienti.

“Immaginiamo una Cartagine seminata a sale, e tutti i seminatori scomparsi, mentre i semi giacciono in fondo alla terra, finché un giorno, in vegetale profusione, non crescono foglie e alberi di brina salmastra. Che fioriture potrebbero esserci in un giardino così? La luce costringerebbe ogni calice di sale ad aprirsi in prismi, e a fruttificare in luminosi globi d’acqua; le pesche e l’uva sono poco più di questo, e in un mondo fatto di sale ci sarebbe molto più bisogno di estinguere la sete. Il bisogno infatti può sbocciare in tutte le compensazioni che richiede. Desiderare ardentemente e avere sono simili tra loro quanto un oggetto e la sua ombra. Perché quando mai un frutto di bosco si rompe sulla lingua con più dolcezza di quando si muore dalla voglia di assaggiarlo? E quando il gusto si rifrange in infinite sfumature e sapori di frutto maturo e di terra? E quando i nostri sensi conoscono qualcosa più a fondo di quando quella cosa ci manca? Ed ecco un altro presagio: il mondo diverrà un tutto unico. Poiché desiderare una mano sui capelli è quasi come sentirla davvero. E così qualsiasi cosa possiamo perdere, un desiderio disperato ce la restituisce di nuovo. Benché sogniamo senza neppure saperlo, il desiderio intenso, come un angelo, ci rifocilla, ci liscia i capelli, e ci porta fragole selvatiche.”

Dunque, la casa di Ruth è sottosopra. È sporca, è abbandonata a sé stessa. È anche piena di cianfrusaglie e collettame, perché la zia Sylvie ha perfino il difetto di essere un’accumulatrice seriale. Questa situazione non sta bene a nessuno, ma una sorta di inerzia arcana impedisce ogni cambiamento.

Fuori c’è il lago, c’è il fiume, c’è un pericoloso e pericolante ponte di legno. Nemmeno gli elementi della natura hanno pace, anzi sono sempre in fermento e portano scompiglio. L’acqua ha un ruolo chiave nel romanzo. È descritta come una potenza sovrannaturale. Ci si può fermare ad ammirarne la bellezza oppure cadere vittima di una forma di struggimento, una senhsucht che avvince tutti i sensi.

I temi di “Le cure domestiche”

L’acqua di quel lago bellissimo e spaventoso è una metafora. Rievoca la narrazione biblica del diluvio universale, conduce la storia verso picchi di misticismo che avvicinano quest’opera alla grandiosità di Moby Dick, l’indimenticabile capolavoro di Melville.

Ma Marilynne Robinson non raggiunge mai quell’intensità narrativa e speculativa. E non è un difetto. Si rimane più spesso con i piedi per terra, in questo romanzo, e bisogna confrontarsi con le piccolezze della gente comune, con l’invadenza dei ficcanaso. Sono loro a non lasciare in pace Ruth e a voler sconvolgere quella parvenza di famiglia che le è rimasta. Ce la faranno?

Anche i ficcanaso hanno un ruolo metaforico: rappresentano l’etica, la morale, il Super-io. Sono la costante minaccia che aleggia sulla libertà dei nostri cuori, dei nostri sentimenti. Sono la sovrastruttura che ci impedisce di essere davvero “liberi”. Sono la sofferenza alla costrizione.

E si soffre, in questa storia senza pace. C’è una gran voglia di ribellione, un desiderio latente di fuga, ma anche un’apatia perniciosa. C’è una costante insoddisfazione, che ha origini lontane, ancestrali; e c’è un dirompente moto dell’animo che sospinge verso la salvezza. C’è bisogno di affetto e una terribile carestia di carezze. C’è quella indicibile commistione di amore e odio che solo le famiglie disfunzionali sanno causare.
Ma c’è anche una speranza, una meravigliosa luce salvifica. È giusto al di là del lago. Basta solo riuscire ad attraversarlo indenni…

“Forse ve ne sarete accorti anche voi che i passeggeri in attesa, nelle stazioni degli autobus, se capiscono che siete soli, vi lanciano occhiate oblique, con uno sguardo che è al tempo stesso penetrante e intimo, e se li lasciate sedere accanto a voi, vi raccontano bugie interminabili su un gran numero di figli che ormai se ne sono andati uno per uno, e su madri che erano belle e crudeli, e in ogni caso vi raccontano che sono stati abbandonati, delusi o traditi, e che non dovrebbero essere soli, che solo fatti eccezionali, come quelli che si leggono nei libri, potevano ridurli a una condizione così estrema. Ed è per questo motivo che, anche quando le cose che dicono sono vere, hanno gli occhi sfuggenti e le mani che si agitano e la rendenza a un’elaborazione meticolosa, tipica di chi sa che sta mentendo. Poiché, una volta che qualcuno è solo, è impossibile credere che possa mai essere stato altrimenti. La solitudine è una scoperta assoluta. Quando uno guarda dall’interno una finestra illuminata, o guarda il lago dall’alto, vede la propria immagine in una stanza illuminata, la propria immagine tra gli alberi e il cielo – l’inganno è evidente, ma tuttavia lusinghiero. Quando invece uno guarda la luce dell’oscurità, vede in pieno la differenza tra questo e quello. Forse tutta la gente che non ha un riparo ha il cuore pieno d’ira, e vorrebbe tanto rompere un tetto, con assi e travi, e spaccare le finestre e allagate il pavimento, attorcigliare le tende e sfondare il divano.”

Orazio C.