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“Il dono” di Vladimir Nabokov – trama e recensione

Non è un libro per tutti. Certe cose è meglio metterle in chiaro fin da subito.
Pare che il feticcio più idolatrato dal lettore moderno, di per sé appartenente a una categoria in estinzione, sia il cosiddetto libro scorrevole. A lungo mi sono interrogato sul significato da attribuire a questa espressione e, dopo aver escluso le accezioni puramente fisiche (non mi andava di valutare ogni occupante della mia libreria in chiave aristotelica o galileiana, in base alle velocità di percorrenza di un piano inclinato, né di lanciarli dalla finestra per osservarne il comportamento aerodinamico), sono giunto alla conclusione che la scorrevolezza è data dalla semplicità di lettura. Ovvero dall’utilizzo di un lessico scarno, dalla costruzione di periodi brevi, dall’interconnessione di poche subordinate che seguono la frase reggente ogni periodo, nonché da una trama lineare e priva di contorsioni, dall’assenza di digressioni speculative che potrebbero “appesantire” la narrazione, dal limitato ricorso alle figure retoriche.

Il dono – uno sforzo intellettivo 

Se la mia definizione è corretta, allora posso subito catalogare “Il dono” tra i libri non scorrevoli. È vischioso. È un romanzo che richiede al lettore una grande partecipazione emotiva e cognitiva, oltre a un notevole “sforzo” intellettivo per coglierne ogni sfumatura. Fosse stato pubblicato oggi, anziché negli anni ’30 del Novecento, non avrebbe certamente riscosso successo. Sarebbero stati davvero pochi i lettori disposti ad abbandonare il malsano torpore che attanaglia le pigre ed anchilosate menti dei contemporanei per immergersi in quello che può essere considerato un enorme esercizio letterario di quasi 500 pagine. Meglio scegliere altro, qualcosa che lasci “scorrere” liberamente le pagine una dopo l’altra, lasciando poca o nulla traccia di sé, all’infuori di una non meglio specificata sensazione di relax e piacevolezza. No, i lettori moderni non apprezzerebbero Il dono” e non apprezzerebbero Nabokov. Essi sono tanti piccoli Oblomov che rinunciano perniciosamente ad impegnare le menti in tutto ciò che implicherebbe un ragionamento, in tutto quanto comporterebbe una valanga di interrogativi esistenzialie potrebbe mettere in crisi le sparute ed illusorie certezze del loro effimero reale.
Ci sono mille motivi per rinunciare alla lettura di quest’opera, primo fra tutti la presenza di una trama “piatta”. L’intreccio su cui si basa il racconto è piuttosto banale e non costituisce l’elemento principale del romanzo. Non è il plinto su cui si regge la struttura narrativa, al contrario di come di solito avviene. Così come il vero protagonista non è il Fedor Kostantinovic Godunov Cerdiyncev (ah, quanto sono poco scorrevoli questi nomi russi!), giovane scrittore talentuoso, fuoriuscito dalla madrepatria a seguito dell’avvento del bolscevismo ed approdato nel piattume culturale della Germania berlinese degli anni 20, ma la letteratura. Il fulcro di tutta l’opera è la passione letteraria. Sono innumerevoli le citazioni dei grandi scrittori del passato (principalmente i russi) e spesso si riportano delle diatribe letterarie su questioni di stile, di metrica, di tecnica. Di conseguenza, la lettura può diventare disagevole per chi non ha conoscenza dei mostri sacri della letteratura. Nabokov non lesina riferimenti ai colleghi illustri e gioca con allusioni e ammiccamenti che spetta al lettore cogliere ed apprezzare.
La narrazione avviene ora in terza persona, descrivendo le azioni e i comportamenti del protagonista e dei personaggi, ora in prima, focalizzandosi sul punto di vista di Fedor e sulle sue più intime riflessioni. Ma, grazie alla maestria di Nabokov, i numerosi passaggi dal narratore esterno onniscente a quello interno, dall’eterodiegesi all’omodiegesi, non sono mai fuorvianti né disturbano la lettura del testo. La struttura del romanzo è perfettamente circolare: si apre così come si chiude, con il protagonista a spasso per le strade berlinesi, intento a contemplarne le caratteristiche mentre i suoi pensieri vagano tra visioni liriche e progetti letterari. Il narratore asseconda l’indole poetica del protagonista, grazie alla quale delle semplici scene urbane, come un trasloco, diventano descrizioni fascinose:

“Mentre attraversava la strada, diretto verso la farmacia all’angolo, girò involontariamente la testa (un bagliore gli aveva colpito di rimbalzo la tempia) e vide – col rapido sorriso con cui salutiamo un arcobaleno o una rosa – che dal furgone stavano scaricando un parallelepipedo di cielo di un bianco accecante, un armadio a specchi su cui, come su uno schermo cinematografico, scorreva il riflesso impeccabilmente nitido dei rami, scivolando e oscillando in modo tutt’altro che ligneo: era un vacillare umano, condizionato dalla natura di chi portava quel cielo, quei rami, quella sdrucciolante facciata.”

Una simile descrizione, così intrisa di fantasioso lirismo, inserita fra le prime pagine del romanzo, dà un breve assaggio di ciò che si incontrerà più in là nel testo.

Il dono – la trama

La data di inizio della storia è il primo aprile di un anno non specificato ma collocabile nel secondo decennio del novecento. È tempo di scherzi e Fedor ne subisce uno che ferisce la sua autostima. Egli ha appena pubblicato un volumetto di poesie e, mentre viene invitato telefonicamente da un amico a una serata letteraria, costui gli legge un inesistente trafiletto giornalistico che decanta le lodi della sua neonata pubblicazione. Gli resterà l’amaro in bocca quando Aleksandr Jakovlevic Cernysevskij svelerà la burla. L’autore del pesce d’aprile, anch’egli un fuoriuscito russo, è un personaggio tragicomico. L’autore gioca con lui e lo presenta ammogliato a una simmetricamente omonima Aleksandra Jakovlevna, donna tormentata e afflitta per la recente tragica scomparsa del giovane figlio Jasa. Avviene a questo punto un altro dei numerosi “salti” narrativi e si passa alla narrazione in prima persona di quella che fu la vicenda di Jasa, Rudolf e Olja. Due ragazzi e una ragazza che formavano un cerchio dell’amicizia e un pericoloso triangolo amoroso. È questo un tema che verrà molto sfruttato in seguito nella letteratura erotica e nel cinema, e che presenterà spesso sbocchi fatali. Aleksandr e Aleksandra organizzano incontri con giovani scrittori e goffi autori da strapazzo per omaggiare in tal modo la memoria del figlio, che Fedor bolla come poeta privo di talento. Aleksandr è stato e sarà di nuovo vittima di un esaurimento nervoso, Aleksandra affligge chiunque le sta accanto con l’iper-narrazione del suo dolore. I coniugi Cernysevskij sono lontanamente imparentati con il filosofo Nikolaj Gavrilovic Cernysevskij, vissuto nell’ottocento e condannato a morte (pena poi commutata in esilio siberiano, ndr) per le sue idee bolsceviche. Fedor non ama la loro compagnia ma frequenta ugualmente la loro casa perché lì trova un antidoto alla solitudine e l’opportunità di fare conoscenze utili alla sua carriera. Essendo neolaureato e squattrinato, deve accontentarsi di poco. Per guadagnarsi da vivere, dà ripetizioni agli studenti, traduce quello che capita, scrive alcuni articoli.
Fedor conosce Vasil’ev, che lavora presso un giornale locale e accetta, a volte, di pubblicargli qualche poesia. È interessante e suggestivo il passo con cui si introduce il lettore nella redazione:

“[…] un modesto ma particolarmente prezioso reddito gli veniva dalle poesie, che lui componeva con impeto torrenziale, con il lirico slancio tipico dei russi; alcune però non giungevano alla definitiva incarnazione e si dissolvevano andando a fecondare arcane profondità della sua anima, mentre altre, limate per benino e con tutte le virgole al posto giusto, venivano portate alla redazione del “Giornale” – dapprima in un treno della sotterranea con scintillanti riverberi che si arrampicavano svelti lungo i montanti di rame, e poi, in un ascensore enorme e stranamente vuoto, fino a un ottavo piano dove all’estremità di un corridoio color plastilina, in un’angusta stanzetta che puzzava del “marcescente cadavere dell’attualità” (era un’arguzia del burlone numero uno della redazione), sedeva il segretario, un flemmatico individuo a forma di luna, senza età e come senza sesso, che più di una volta aveva salvato la situazione quando, scontenti di questo o quell’articolo pubblicato dal “Giornale”, prezzolati giacobini locali oppure chouans russi, erculei lestofanti della cricca mistica, minacciavano violente rappresaglie.
Il telefono squillava, l’impaginatore passava di corda sventolando dei fogli, in un angolo il critico teatrale continuava a leggere uno smilzo giornale di Vilna capitato per caso a Berlino. “Perché, le dobbiamo forse del denaro? Niente affatto” diceva il segretario.

La mancata affermazione letteraria e il modo scostante con il quale viene trattato al momento di pubblicare le sue poesie, causano al protagonista un’insoddisfazione che spesso lo porta all’autocommiserazione e a una visione cupa. Ecco, dunque, che Fedor prova […] la costante sensazione che i nostri giorni terreni siano solo argent de poche, monetine che tintinnano nel buio delle tasche, e che da qualche parte esista il vero capitale da cui finché siamo vivi dobbiamo saper riscuotere i dividendi in forma di sogni, lacrime di felicità, montagne lontane.”
A se stesso dice: “Sono soltanto un povero giovane russo che svende il surplus della sua istruzione elitaria e scribacchia versi nei momenti liberi – questa è una mia piccola immortalità.”
Si trova nella frustrante situazione di chi si sente sprecato e non apprezzato. I suoi sogni di gloria, palesati nel primo capitolo, sono l’occasione per iniziare un viaggio proustiano nella sua infanzia. Anche questa è una citazione letteraria nascosta. A differenza di quanto avviene ne “la recherche, i ricordi di Fedor non sono prettamente malinconici, ma hanno anche sfumature ironiche, a volte perfino polemiche. Con la lettura e l’esegesi di alcuni suoi versi conosciamo le sue origini e la sua famiglia. Avvertiamo la forza suggestiva della nostalgia per la patria e per il tempo perduto.
La figura più importante del passato di Fedor è certamente quella del padre, scienziato, entomologo e grande viaggiatore. Durante una delle sue spedizioni internazionali, è sparito per sempre. Sono anni che viene dato per disperso ed è ormai chiaro che non farà più ritorno.

[…] Succede che per un lungo periodo di tempo la vita ti lasci intravedere la possibilità di un colpo di fortuna a cui non credi fin dal primo momento, tanto poco somiglia agli altri doni del destino, e se a volte ci pensi è quasi indulgendo a un’astratta fantasticheria, ma quando poi, in una normalissima giornata di maestrale, arriva una notizia che in un attimo cancella semplicemente e definitivamente ogni speranza in quel colpo di fortuna, ti sorprendi nello scoprire che pur senza crederci, di quella speranza avevi vissuto fino ad allora, che non ti eri accorto della costante e ormai familiare presenza del sogno, – un sogno che intanto è cresciuto ed è diventato autosufficiente, al punto che ora non riesci più a spingerlo fuori dalla tua esistenza senza che in essa resti un grosso buco. Così anche Fedor Konstantinovic, contro ogni logica, senza osare immaginare la realizzazione, viveva nell’ormai familiare sogno del ritorno di suo padre, il sogno che in segreto abbelliva la sua vita e per così dire la sollevava sopra il livello delle vite circostanti, di modo che poteva vedere molte cose insolite e lontane, come quando era piccolo e il padre, prendendolo sotto i gomiti, lo sollevava perché potesse vedere qualcosa di interessante dietro un muretto.”

La scomparsa del padre ha lasciato una profonda ferita nel giovane Fedor, una piaga che lo dilania emotivamente e lo blocca. Non gli consente di scrivere una biografia del genitore (come suggeritogli dalla madre). Ci prova lo stesso e, nel secondo capitolo del romanzo, racconta di fatto l’esistenza e le viscerali passioni scientifiche del padre, ma deve desistere dal completamento dell’opera. Il ricordo lo fa soffrire enormemente. Sceglie, pertanto, di ripiegare sulla biografia romanzata di un personaggio che detesta: quel Cernysevskij, antenato dei suoi amici, considerato unanimemente un padre della patria e un’autorità morale. È una scelta curiosa, figlia della sua frustrazione e del suo malcelato senso di disprezzo per l’intellettualismo dei suoi compatrioti esiliati, nonché di un certo suo spirito del bastian contrario.

Il quarto capitolo de “Il dono” ospita per intero “Vita di Cernysevskij e rivela tutto il biasimo di Fedor per il suo soggetto. Il risultato è una biografia al vetriolo, intrisa di ironia mordace e dissacrante, che fa a pezzi un mostro sacro e lo dipinge come ridicolo in tante sue piccolezze quotidiane. Anche in questo caso è possibile riscontrare una citazione letteraria nascosta, poiché il Cernysevskij di Nabokov somiglia molto a Stepan Trofimovič Verchovenskij, uno de “I demoni” di Dostoevskij. Hanno in comune una certa goffaggine, la mancata affermazione letteraria, l’ingenuità nei rapporti sentimentali, una sensibilità fanciullesca che li mostra più tonti che bonari di carattere, e il fatto di essere considerati dei pericolosi sovversivi senza esserlo per davvero. La pubblicazione di una simile biografia scatena l’indignazione della comunità intellettuale russofona, che sfocia in numerose recensioni poco lusinghiere o in vere e proprie stroncature. Tale clamore, tuttavia, consente a Fedor di ottenere, finalmente, la visibilità di cui abbisognava per dare una svolta alla sua carriera. Le vendite salgono e si può guardare al futuro con insolito ottimismo. Oltretutto, nella sua vita c’è un nuovo, inatteso, motivo di gioia: costretto a trasferirsi da una pensione a un appartamentino, fa la conoscenza di Zina, giovane segretaria, e si innamora di lei. Il sentimento giunge talmente inaspettato e in maniera tanto travolgente da sorprendere il protagonista. Egli mette in moto un illusorio meccanismo di autodifesa, cerca di proteggersi dall’amore opponendo la più vana delle resistenze. Minimizza, sminuisce, manifesta riluttanza e cerca di illudersi di poter essere immune:

“Se in quei giorni avesse dovuto comparire di fronte a un tribunale ultrasensoriale (ricordatevi le parole di Goethe mentre indicava il cielo stellato col bastone da passeggio: “Ecco la mia coscienza!”), difficilmente si sarebbe risolto a dire che l’amava giacché da tempo si era reso conto che non riusciva a dare fino in fondo la propria anima a qualcuno o a qualcosa: quel capitale d’investimento gli era troppo necessario per i suoi affari personali; d’altra parte, però, solo a guardarla s’innalzava di colpo (per ripiombare giù dopo qualche istante) a vette di tenerezza, passione, pietà, che ben pochi amori sanno raggiungere. E in piena notte, specie quando durante il giorno la sua mente aveva lavorato molto, uscendo per metà dal sonno non dalla porta della ragione ma dall’ingresso di servizio del delirio, con una folle e prolungata ebbrezza avvertiva la presenza di lei nella stanza, lì accanto, sul lettino da campo allestito in fretta e furia da uno sciatto trovarobe, ma mentre assaporava il turbamento, la tentazione, la brevissima distanza, la paradisiaca possibilità (che nulla aveva a vedere coi corpi: la carne era stata sostituita da qualcosa di estatico e beato che si esprimeva nel linguaggio del dormiveglia), veniva di nuovo attratto dall’oblio, verso il quale batteva disperatamente in ritirata pensando di continuare a tenere saldamente in pugno la preda. Zina non visitava mai i suoi sogni: si accontentava di farsi rappresentare da certe delegate e confidenti che non le somigliavano affatto ma suscitavano in lui sensazioni che lo lasciavano con un palmo di naso, – ne era testimone la luce bluastra dell’alba.”

Zina rappresenta uno strumento propulsivo per l’emotività di Fedor e per il suo estro artistico. Lo supporta e lo incoraggia, spesso lo finanzia con i propri risparmi. L’amore travolge il giovane scrittore e il narratore sublima la prosa per renderne bene l’idea:

“L’attesa. Lei arrivava sempre in ritardo, e sempre passando da una strada diversa dalla sua. Anche Berlino può diventare misteriosa. E quel lampione sotto il tiglio ammicca strizzando un occhio. Buio, aromi, pace. E il rapido passante lì al crocicchio ha l’ombra minacciosa di un rapace sparviero. Vento, e la luna di Venezia, pali, gondole, bautte, ponti, – il mondo a testa in giù. Ti prego, non violare mai le regole del gioco, la magia dell’illusione. Coltiva l’eresia più irragionevole, fai del miracolo la tua ragione di vita. […]
Compariva dal buio, sempre in attesa per gli occhi, come un’ombra che di colpo si separi dal proprio elemento. All’inizio la luce cadeva solo sulle caviglie: avanzava a piccoli passi, la punta di un piede contro il tallone dell’altro, come se camminasse su una fune. Il suo corto abitino estivo aveva il colore della notte – il colore dei lampioni, delle ombre, dei tronchi degli alberi, del marciapiede lucente: più pallido delle sue braccia, più scuro del suo volto, Fedor Konstantinovic la baciava sulle morbide labbra, e lei allora reclinava per un attimo la testa sulla sua clavicola e poi, sciogliendosi in fretta dall’abbraccio, gli camminava accanto, dapprima col viso offuscato da una grande tristezza, come se nelle venti ore della loro separazione fosse accaduta un’inaudita disgrazia; un po’ per volta si riprendeva, ed ecco che finalmente sorrideva – con un sorriso che non aveva mai durante il giorno. Che cosa lo affascinava più di tutto in lei? La sua perfetta capacità di comprensione, l’assoluta sintonia con tutto ciò che lui amava. Parlando con lei poteva fare a meno di ponti e passerelle: non faceva in tempo a notare qualche dettaglio curioso della notte che lei già glielo stava indicando. E non solo Zina era stata abilmente ed elegantemente fatta su misura per lui da un destino molto coscienzioso, ma entrambi, formando un’unica ombra, erano fatti su misura qualcosa di mirabile e benevolo, seppure non del tutto comprensibile, che costantemente li circondava.”

 

La loro relazione, cominciata fra le pastoie della clandestinità, della necessaria segretezza, si evolve a poco a poco. Solo nel finale del libro raggiungeranno la libertà tanto agognata. Ma di fronte alla possibilità di amare finalmente Zina senza vincolo alcuno, Fedor si spaventa nuovamente e vacilla. Al lettore resta il compito di immaginare il prosieguo della loro storia d’amore e delle loro esistenze perché il narratore non fornisce ulteriori informazioni.

Il lessico

Ma come già detto, soffermarsi sulla trama del romanzo è oltremodo riduttivo. Meglio apprezzarne il lessico ricercato, il frequente ricorso alle figure retoriche (specialmente le metafore e la paronomasia) e le descrizioni suggestive:

“Piovigginava ancora, ma già, con impercettibile subitaneitá di un angelo, era comparso l’arcobaleno: languidamente stupito di se stesso, di un verde soffuso di rosa, con un pallido alone violaceo lungo il margine interno, stava sospeso al di là di un campo falciato, sopra e davanti il boschetto lontano di cui velava una piccola, tremante porzione. Rade frecce di una pioggia che aveva perso il ritmo, il peso, la capacità di produrre suoni, avvampavano qua e là a casaccio nel sole. Nel cielo lavato, brillando in tutti i dettagli della sua scultura mostruosamente complessa, una nuvola di un bianco incantevole si stava liberando da dietro una nube corvina.
“Bene, ha smesso” disse a mezza voce uscendo di sotto il riparo dei pioppi che si affollavano lì dove la grassa e argillosa strada “distrettuale” (ah, le buche, i fossi che si aprivano in quell’appellativo!) digradava verso un piccolo burrone raccogliendo tutti i suoi solchi in una fossa oblunga colma fino all’orlo di denso liquido color caffelatte.
Mia delizia! Campioncino delle tinte elisie! Una volta, sull’Ordos, salendo su un colle dopo un temporale, mio padre entrò inavvertitamente nella base di un arcobaleno – caso rarissimo! – e si ritrovò in un’aria iridescente, tra gli infuocati giochi di luce; sembrava il paradiso. Fece un altro passo – e uscì dall’Eden.

Insomma, “Il dono” è un romanzo che sa deliziare il lettore con la sopraffina ricerca stilistica delle espressioni e con le descrizioni contemplative, ma sa anche divertirlo con scene esilaranti, pungolarlo con toni polemici e allusioni satiriche, nonché emozionarlo con la struggente delicatezza di alcuni sentimenti quando essi vengono a galla dal marasma emotivo di Fedor. Volendone scegliere un esempio, riporto una delle tante “visioni oniriche” delle quali il protagonista cade spesso vittima. A un certo punto, sogna il tanto sospirato ritorno del padre:

L’attesa, il terrore, il gelo della felicità, il montare dei singhiozzi, – tutto si fondeva in un’agitazione che lo accecava, e restava in piedi al centro della stanza incapace di muoversi, tendendo l’orecchio ai rumori, fissando la porta. Sapeva chi sarebbe entrato tra qualche istante, e si stupiva di aver potuto dubitare di quel ritorno: in quel dubbio ora vedeva l’ottusa caparbietà dello stolto, l’incredulità del barbaro, la compiaciuta sufficienza dell’ignorante. Il cuore gli martellava in petto come quello di un uomo che sta per essere giustiziato, ma la pena capitale era al tempo stesso una gioia di fronte a cui il senso della vita impallidiva, e trovava incomprensibile il disgusto che aveva provato quando in sogni frettolosamente allestiti gli era apparso ciò che ora si stava compiendo nella realtà. All’improvviso la porta ebbe un sussulto (un’altra, lontana, doveva essersi aperta da qualche parte), Fedor Konstantinovic udì un passo familiare, un passo casalingo, su suole di marocchino, poi la porta si aprì senza rumore ma con impeto, e sulla soglia apparve suo padre. […] ma Fedor restò immobile, incapace di muovere un passo. Il padre disse qualcosa, ma così piano che fu impossibile distinguere una sola parola, anche se si capiva di cosa stava parlando: era tornato, era sano e salvo, umano, reale. Eppure l’idea di andargli più vicino terrorizzava Fedor: sentì che sarebbe morto se l’uomo che era appena entrato nella stanza gli si fosse avvicinato. Dalle stanze sul retro risuonò con un’eco ammonitrice la risata gioiosa di sua madre, e il padre emetteva morbidi suoni schiudendo appena le labbra, come faceva sempre quando prendeva qualche decisione o cercava qualcosa in un libro… e poi parlò di nuovo, e di nuovo le sue parole significavano che tutto era semplice, che tutto andava bene, che quella era la vera resurrezione, che non sarebbe potuto essere altrimenti; e ancora: che era contento – del bottino di caccia, del ritorno, del libro che il figlio aveva scritto su di lui, – e allora finalmente tutto divenne facile, irruppe la luce, e il padre gli tese le braccia con gioiosa sicurezza. Gemendo, scosso in singhiozzi convulsi, Fedor andò verso di lui, e tutte quelle sensazioni insieme – la lana della giacca, la pelle delle grosse mani, le delicate trafitture dei baffi da poco spuntati con le forbici – generarono un tepore immenso come il paradiso in cui il suo cuore raggelato si sciolse, si dissolse.”

Nabokov ha il dono di saper condurre per mano il lettore lungo la scala delle emozioni. Solo poche pagine prima della commozione regalataci dal passo appena citato, c’era stata una scena esilarante. Fedor era andato a fare il bagno in un laghetto. Uscito dall’acqua, aveva scoperto di essere stato derubato di scarpe e vestiti ed era costretto a rientrare a casa con addosso solo il costume da bagno:

“Quando, uscito dalla foresta, attraversò la strada, la catramosa sensazione dell’asfalto sotto i piedi nudi (si noti l’uso originale ed evocativo degli aggettivi e delle metafore, ndr) si rivelò una piacevole novità. E anche dopo, sul marciapiede, fu strano e interessante camminare a piedi nudi. La leggerezza del sogno. Un anziano passante con un cappello di feltro nero si fermò, si voltò a guardarlo, disse qualcosa di villano, – ma immediatamente dopo, come felice compensazione del danno subito, un cieco con la fisarmonica, appoggiato con la spalla a un recinto di pietra, mormorò come se nulla fosse la sua richiesta di una piccola elemosina (eppure è strano – avrebbe dovuto sentire che sono scalzo) e spremette da suo strumento un suono poligonale. Dalla poppa di un tram due scolari gridarono qualcosa in direzione del passante nudo, e poi i passeri tornarono a posarsi sull’erba che cresceva tra le rotaie, da dove li aveva messi in fuga lo sferragliante vagone giallo. Caddero gocce di pioggia, ed era come se qualcuno gli applicasse sul corpo monete d’argento. Dall’edicola del giornalaio si staccò lentamente un giovane poliziotto che attraversò la strada per raggiungerlo.
È vietato andare in giro per la città in questo stato” disse fissando l’ombelico di Fedor Konstantinovic.
“Mi hanno rubato tutto” spiegò brevemente Fedor Konstantinovic.
“Questo non deve succedere” disse il poliziotto.
“Ha ragione, però a me è successo” disse Fedor Konstantinovic annuendo con un cenno del capo (intanto intorno a loro si era formato un capannello di persone che seguivano il dialogo con curiosità).
“Che lei sia stato derubato o meno, è vietato girare nudi per le strade” disse il poliziotto cominciando a spazientirsi.
“Capisco, ma converrà che devo pur arrivare in qualche modo al posteggio del taxi”.
“Non in questo stato”.
“Disgraziatamente non ho la facoltà di mutarmi in fumo o di farmi spuntare un vestito dalla pelle”.
“E io le ripeto che non può andare in giro in questo stato” disse il poliziotto (“che sfacciataggine inaudita!” commentò alle loro spalle una voce grassa).
“In questo caso” disse Fedor Konstantinovic “non le resta che andare a cercarmi un taxi, io intanto aspetterò qui.”
“Anche aspettare nudi è vietato” disse il poliziotto.
“Posso togliermi il costume e imitare una statua” propose Fedor Konstantinovic.
Il poliziotto tirò fuori il suo taccuino e ne estrasse la matita in modo così brusco che la fece cadere sul marciapiede. Un operaio la raccolse servilmente.
“Nome, cognome e indirizzo” disse il poliziotto oramai fremente di rabbia.
Fedor Godunov-Cerdyncev”.
“La smetta di fare lo stupido e mi dica come si chiama” urlò il poliziotto.
Se ne avvicinò un altro, superiore di grado, e chiese cosa stesse succedendo.
Mi hanno rubato i vestiti nella foresta” spiegò pazientemente Fedor Konstantinovic, e di colpo si accorse di essere zuppo di pioggia. Qualcuno dei curiosi correva a ripararsi sotto una tenda, e una vecchietta che stava proprio accanto a lui per poco non gli cavò un occhio aprendo l’ombrello.
“Chi glieli ha rubati?” chiese il brigadiere.
“Non lo so, e soprattutto non me ne importa assolutamente nulla. Adesso vorrei soltanto tornare a casa ma lorsignori me lo impediscono […]”

In questo scorcio si assiste allo scontro fra l’intransigenza teutonica e il lassismo slavo e si tratta, ovviamente, di un contrasto cercato. È un modo per palesare una certa insofferenza del protagonista per il paese straniero che lo ospita, altrove definito culturalmente arido. Tutto ciò si ricollega alla nostalgia romantica della Russia, oramai perduta per sempre, riportata nel primo capitolo.
Essendo ormai assodato cosa si intende con il titolo, avendo ormai intuito che il dono altro non è che l’estro artistico, la capacità di realizzare un capolavoro letterario, l’unica domanda che resta da porsi è relativa ad eventuali punti di contatto fra l’autore e il suo protagonista. Ci sono, è evidente. Nabokov, come Fedor fu un esule. Come Fedor, perse il padre in età giovanile e ne rimase profondamente turbato. Ma c’è anche la passione per la letteratura, l’entomologia, gli scacchi, e il sarcastico giudizio negativo sull’ideologia bolscevica.
Tutto il resto, tutta la bellezza profusa da una prosa fascinosa e suggestiva, tutta l’arguzia di un autore prodigioso, tutta la maestria di un narratore suadente, tutto quanto non può essere contenuto in una recensione, potete trovarlo nel libro. Rinunciate a leggerlo e ne resterete all’oscuro.

 

Orazio C.