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Il braccialetto di plastica

Ti ho imposto di offrirmi
le mie stesse promesse
e poi di donarmi
ciò che forse non hai.
Ho chiesto al tuo tempo
di mutarsi in presente
e poi di calarsi
nel mio tempo perpetuo.
Mi hai dato risposte
da altri alfabeti.
Mi hai porto pacchetti
di falsi gioielli.
Mi hai offerto le ore
che perdi per strada.
Mi hai chiuso le porte
del giorno spartito.
Non mi hai mai mentito,
e io ti ho inventato.

— La verità è che gli uomini sono tutti codardi. Tutti uguali.
La mia espressione, mentre guardo la mia amica delirare al suo solito, o almeno: il suo solito delle ultime settimane, è di ascolto attento. Com’è che lo chiamano? Ascolto attivo. Ecco, sì: la mia faccia è da ascolto attivo, ma in verità, debolezza dell’umano pensare, il mio cervello ha elaborato una serie di risposte, frammiste ad attacchi alla sua persona, alla sua ingenuità e anche, certo, alla sua presunzione.
Prosegue:
— Aveva detto di amarmi. —Ma se non sai nemmeno dove abita! Ha detto che non aveva mai incontrato una come me. Mi ha detto che io ero speciale.
Alt! Anche a me lo hanno detto. In tanti. Beh: alcuni di sicuro.
Le chat hanno stimolato l’atteggiamento romantico in quegli uomini che in tutte le donne vedono la donna, e quindi è normale per loro esprimersi come se davanti avessero il karma in carne e ossa. Poi si girano (ma più facilmente gli si apre un’altra finestra on line) e il karma ramifica: bionde, more, rosse, astratte, rifatte.
Tutte.
L’anonimato incoraggia: si trasformano in novelli Romeo sia gli impavidi, che s’improvvisano Lord Byron, sia i pavidi, che diventano mollemente languidi. Spesso lagnosi. Quasi sempre patetici.
E invece le donne, molte, in un uomo vedono tutti gli uomini, e si aggrappano a quell’oasi come se non avessero altre forme di sopravvivenza. Loro stesse, a esempio. Ottime alternative.
Impegnative, però.
E si ingannano. Ci inganniamo. Chiediamo sogni, ma loro, gli uomini, gli onestissimi sultani, ci offrono solide realtà, come quell’imprenditore immobiliare.
Ma le solide realtà non ci piacciono, e allora le ammantiamo di fantasia.
Ogni gesto è il gesto.
Ogni secondo, l’eterno.
Un caffè al bar, il regalo che sognavamo da anni.
E ogni frase, una promessa. Anche quando diretta, chiara.
La più classica: non voglio una storia.
Onestamente direi che per l’amor proprio dell’animo femminile, che di amor proprio ne ha proprio poco, e quindi so di sperare vanamente (ma anche io soffro della più tipica incoerenza di genere: la vana speranza), bisognerebbe lasciar perdere all’istante tutta la faccenda. La catastrofe è dietro l’angolo. Di un angolo vicinissimo.
Invece no: lui lo dice perché ha paura; perché teme che io sia troppo per lui. La più gettonata: io sono troppo impegnativa.
Falso.
Quando l’uomo afferma: non voglio una storia, significa: non ti mettere idee in testa; frequentiamoci un po’ e vediamo che succede, ma presumibilmente tra un mese mi sarò stufato; mi piaci, sì, ma non al punto da pensarti nel mio letto tutte le mattine che ha fatto Dio. O altre divinità, nel caso tu fossi buddista, induista, musulmana.
Pertanto il condiviso è un non-spazio. È un incidente, molto spesso non quotidiano.
Perché ci accontentiamo dei ritagli di tempo. Ci accontentiamo della non progettualità.
Speriamo. E speriamo.
E costruiamo castelli di carte da gioco, nella scommessa che perderemo senz’altro.
— Che io sappia, non ti ha mai parlato d’amore…
— Sì, in pratica sì, — zittisce la verità, rifiutandola, e mi mostra un braccialetto di perline colorate, quelli che, a fine giornata, ragazzoni d’ebano regalano alle signore per farsi ricordare, sperando di strappare, il giorno dopo, una banconota da cinque euro contro un cappello inutile o un sorriso smagliante. — Al mare: me l’ha fatto capire. Mi ha regalato questo bracciale, — bracciale — perché ha detto che i suoi colori somigliano ai miei capelli. Poi mi ha baciata lì, in spiaggia, davanti a tutti. E poi… sai il resto. Le parole non servivano, no?
Ok, il califfo non è daltonico: la mia amica ama tingersi i capelli coi colori più improbabili. Ma, diamine, l’arreda polso è un pezzaccio di plastica. Si-vede-benissimo.
L’amore non è cieco, anzi: l’amore apre lo sguardo alle qualità dell’amato, qualità che altri non hanno notato, pur passandogli accanto.
La cecità invece viene dalla paura: della solitudine, del non sentirsi apprezzate, del non rientrare nei canoni classici di un mainstream di ritorno, che vede la donna realizzata solo all’interno di un nucleo famigliare. E fa scambiare per un prezioso tennis un cerchietto di palline colorate. Senza prezzo, ma perché non ne ha davvero, tanto è basso il suo valore intrinseco.
E un bacio non è più un sigillo. Tantomeno un amplesso.
Mentre le accarezzo l’arcobaleno che ha in testa, provo a obiettare:
— Le parole servono eccome! Ti aveva detto di non volere una relazione stabile, che era uscito da poco da un rapporto burrascoso. E i figli… deve pensare ai figli, e…
…e non mi fa finire, naturalmente.
L’anima addolorata è creativa, conosce diversi modi per salvarsi.
Il primo: negare le responsabilità:
— No! Ha avuto solo paura. Mi ama, ma è un codardo. Io so che non diceva sul serio.
(So!? Povera evidenza. Mi sovviene la frase di un matematico di cui non rammento il nome: “ho visto mille teorie cadere di fronte a un fatto, ma mai un fatto cadere di fronte a mille teorie”. Bene!, vorrei dire all’esimio scienziato, lei, professore, non ha mai avuto a che fare con una donna.)
Il secondo: prendere il sacco di angosciosa delusione e spostarlo su chiunque abbia l’ardire di tendere una mano. L’ardimentoso, in quel momento, diventa la rappresentazione del lupo cattivo, del falso promittente, dell’attore inveterato.
Insomma, diventa l’innocente colpevole. E, quindi, il traslocatore.
Cosa fare? Niente altro che armarsi di pazienza, e spostare da lì quel brutto sacco. Siamo amiche, si fa così tra chi si vuole bene: non si gira a vuoto, si agisce. Sul serio.
L’unico dubbio che ho è: per chi la sto aiutando a fare spazio? L’ennesima lucciola per lanterna?

Loredana Conti