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Elogio alle penne lisce

I traumi, piccoli e grandi, portano sempre con sé un messaggio, un monito, un incoraggiamento a una diversa visione della vita.

Le penne lisce e gli insegnamenti ai tempi del virus

Il virus più blasonato di tutti i tempi, quello che ci sta traumatizzando rendendoci psicotici, che ci fa guardare con sospetto il muco insospettabile sul volto di un bambino (raffreddati perenni) o lo starnuto entusiasta di un cane (che starnutiscono sempre quando sono eccitati e felici), ci sta mettendo di fronte a una verità amara ed esaltante: le distanze non esistono.

Fino a che le tragedie, anche le più grandi, accadono a qualche chilometro da noi, le nostre anime restano indifferenti, qualche volta appena dispiaciute: giusto il tempo che passa tra una notizia e l’altra. Ma poi… ecco qua: quei chilometri non esistono più, e noi siamo quelli che fino a ieri non ci interessavano.

È giusto. Prima o poi “qualcosa” capita a tutti; e questo è il primo insegnamento. No, non è esattamente questo, che avrebbe un sapore veterotestamentario: vendicativo e inflessibile. No: l’insegnamento è nella morale insita: impariamo a guardare con vera compassione il prossimo anche meno prossimo, se non altro per ricevere all’occorrenza il favore in cambio (ho scoperto che quando si riesce a coinvolgerlo, l’ego è il motore più potente per condurre il bene. Niente di scandaloso: da qualche parte bisogna partire).

Il secondo insegnamento: le penne lisce sono uno dei formati di pasta più intriganti in assoluto, eppure, a guardare gli scaffali dei supermercati, tra i meno apprezzati. Quale errore! Qual è l’insegnamento? Ve lo dirò dopo, dopo aver cercato di capire il perché di tale disdegno.

Perché non piacciono le penne lisce?

Lo capisco al nord della Penisola, terra di palati solidi e granturco ruvido e arrogante (in senso positivo), dove l’uso di formaggi e grassi animali chiede forma e sostanza pronte a trattenerli, esaltarli tra gli interstizi rigati o l’accogliente foratura o la granulosa grana; invece, la liscezza della penna fa scivolare dalla sua superficie quegli opimi succulenti, e, nello spazio che va dall’inforchettatura alla bocca, essi tornano lesti nel piatto (ma io credo che in questo caso si sottovaluti la potenza della “scarpetta”).

Immagino, vista la descrizione e gli alimenti scelti, che la boccaccesca Bengodi possa essere allocata sopra la linea che taglia in due l’Italia:

[…]una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva […]

Ma al sud dello Stivale? Dove l’olio non chiede spiegazioni, non teme confronti, non attende trasmissioni televisive per esaltare anche la mollica di pane che ci è scappata dal taglio; dove i pomodori freschi sanno rendere lussurioso persino un morso sulla loro rotondità; dove il basilico incanta i sensi e l’origano e il timo ci restituiscono la giovinezza (non parlo del fatto che sembra siano disinfettanti naturali, ma di quell’odore di natura, ancestrale e familiare)? Ecco, in questi luoghi le penne lisce hanno la loro fondamentale importanza, perché olio e pomodoro e spezie chiedono fluidità, non percorsi a ostacoli. Sì, è vero, c’è anche quella morbida pigrizia che spinge – la pigrizia agisce solo quando c’è una motivazione edonistica – alla semplicità buona, pregiatissima, ma facile.

La ricetta con le penne lisce

La ricetta d’elezione per le penne lisce è all’arrabbiata, ma certo: immagino che persino a San Dorligo della Valle-Dolina (piccolo comune di Trieste), i dorligesi o dolinciani sappiano come si fa, quindi risparmio dettagli, e invece vi racconto una preparazione che è sublime nel risultato, perfetta nella salubrità e facilissima nella preparazione: penne al sole crudo. Ah!, magnifico titolo, no? L’ho inventato ora io, dato che non so se questa ricetta, che in casa facciamo spesso perché ne siamo ghiotti, sia stata battezzata prima d’ora.

Si fa così:

  • mettete sul fuoco la pentola con l’acqua per cuocere la pasta,
  • prendete un contenitore che funga da coperchio e per ogni etto di pasta versateci almeno:

– due cucchiai d’olio,

– quattro pachino (in mancanza, ciliegini) tagliati in quattro,

– uno spicchio d’aglio,

– dieci olive taggiasche,

– un pizzico di sale

  • poggiatelo sulla pentola (è una cottura a bagnomaria).
  • Lasciatelo lì sino a quando l’acqua comincia a bollire,
  • toglietelo e aggiungete basilico in abbondanza (o timo o origano: risultati diversi, ma tutti eccellenti).
  • Buttate le penne lisce (nella pentola…),
  • fatele cuocere al dente e poi, dopo averle scolate, versatele nel contenitore ora pregiatissimo: la leggera cottura dà agli alimenti una potenza di sapore e profumo, senza modificarli. Assaggiate, e poi venite a raccontarmi se le penne lisce meritano o no di restare sugli scaffali dei supermercati… e questo è il secondo insegnamento: ogni cosa ha il suo aspetto positivo, basta saperla prendere per il verso giusto.

Per il verso giusto approdo ai versi dello scrittore creolo Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992, che sembra dedicare alle penne lisce, così simili a pennini calligrafici, i migliori veicoli delle parole, la sua “Tempo che verrà”

Tempo che verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Loredana Conti