“SORGO ROSSO” di Mo Yan – recensione
Sporadicamente faccio qualche salto nella letteratura orientale. A volte rischio il capitombolo poiché si tratta di immergersi in usi e costumi molto diversi da quelli occidentali, nonché di confrontarsi con una filosofia di vita “aliena”. Ma il confronto serve ad aprire i propri orizzonti e a migliorare l’equilibrio. Sto imparando a restare in piedi, salto dopo salto.
Questo romanzo è ambientato in un villaggio chiamato Xianshui Kouzi. Esiste realmente ed è più facile cercarlo su una mappa piuttosto che impararne la pronuncia. La narrazione abbraccia un periodo complessivo di circa sette decenni, partendo dai primi anni del ‘900. Se ne occupa un cinese incivilito e imborghesito, ma fortemente nostalgico dei tempi andati, dell’anarchismo provinciale, della genuinità rurale.
“Mio padre non aveva mai visto dei camion in vita sua, si chiedeva se quelle strane creature mangiassero erba o foraggio, se bevessero acqua o sangue; correvano più veloci dei due giovani e robusti muli con le gambe sottili della nostra famiglia. Le ruote, simili a lune, giravano veloci, alzando polvere gialla.”

La trama di “Sorgo rosso”
È la storia, o meglio l’epopea, di una famiglia fuori dai canoni tradizionali del posto. L’attenzione si concentra sulle gesta dei nonni, ai tempi delle guerre coloniali fra giapponesi e cinesi.
I giapponesi sono “diavoli”. Sono invasori cattivi, spietati, crudeli. Saccheggiano, distruggono, uccidono, stuprano, conquistano. I cinesi sono gente di campagna che può fare affidamento solo sulle proprie forze. Non c’è nessuno a proteggerli, non c’è un’autorità governativa che sa dirgli cosa fare, dove andare, come comportarsi. Il loro sbandamento sfocia nel banditismo. Si armano come possono e combattono. A volte contro i “diavoli”, a volte fra di loro, a volte contro i propri fantasmi.
Si narra di un mondo in cui la giustizia è amministrata con parzialità medievale, in cui la superstizione suggestiona le vite di poveri disgraziati. Sono laceri, affamati, sfruttati, abusati di lavoro e fatiche. Si narra di fame, si narra di disperazione, ma anche di orgoglio, di atti di ribellione leggendari.
Ecco, la leggenda distorce la narrazione arrivando a storpiarne la verosimiglianza. Alcuni episodi sono esagerati, sono volutamente esasperati. Si finisce con il fidarsi poco della voce narrante, di questo nipote malinconico che ammanta di meraviglie le vite dei suoi nonni. Lui racconta come farebbe un buontempone all’osteria, il lettore finge di credere alle sue iperboli.
C’è un nonno bandito, capace di adattarsi camaleonticamente a ogni situazione. Sa vivere nella miseria come nel benessere, sa crogiolarsi nella serenità e incollerirsi fino al parossismo, sa voler bene ma sa anche tradire, sa amare ma sa anche uccidere, sa essere ardito ma anche fifone. È, in sostanza… un uomo.
C’è una nonna bellissima e coraggiosa. Svenduta dal padre al miglior offerente, sa ribellarsi, svincolarsi dalle costrizioni moralistiche, guardare a testa alta chicchessia. Sceglie un bandito per amante, ripudia i propri genitori, diventa imprenditrice di successo e guerriera temibile.
C’è un’altra nonna, definita “seconda nonna”. È una serva giovane e sfrontata, che conquista il nonno e ne diviene l’amante. È l’emblema della sensualità. Una sensualità indomabile e irresistibile. Così potente e dirompente da portare alla follia. La sua.
C’è un padre. Giovane, ingenuo, acerbo. Sembra essere l’unico ad avere pietà, sensibilità contro le abiezioni che lo circondano. Tutti gli altri non hanno tempo per i sentimentalismi.
“All’epoca il sorgo stava per essere raccolto, le acque del fiume Moshui si ingrossarono d’improvviso e ruppero gli argini inondando i campi e il villaggio. In tutta quell’acqua i fusti di sorgo si sforzavano di allungare le teste, i topi e i serpenti si acquattavano e strisciavano tra le spighe. Mio padre salì con lo zio Liu sulle mura del villaggio, che erano state temporaneamente rialzate, e guardò allarmato e impaurito l’acqua gialla che pareva giungere da oltre i confini del cielo. L’acqua non si ritirò per molto tempo, gli abitanti del villaggio costruirono delle zattere e andarono nei campi a falciare le spighe cariche di germogli verdi.
Fasci di spighe verde smeraldo e rosso cupo, grondanti acqua, appesantivano le zattere, che sembravano sul punto di affondare. Uomini magri e scuri, piedi e torso nudi, cappelli di bambù in testa, stavano eretti, a gambe larghe, sulle zattere e si sforzavano di portarle lentamente verso le mura, puntando lunghe pertiche a destra e a sinistra. L’acqua arrivava alle ginocchia, anche nelle strade del villaggio; muli, cavalli, buoi e capre stavano a bagno e in superficie galleggiavano escrementi animali.
Quando brillava il sole d’autunno, l’acqua pareva oro o metallo fuso. Le cime del sorgo non ancora tagliato si stagliavano sull’acqua in lontananza come una cortina rosso oro. Grandi stormi di anatre selvatiche volavano sulle cime delle piante, tutte quelle ali alzavano un vento fresco che sollevava leggere increspature sull’acqua dei campi. Attraverso il folto del sorgo mio padre vide muoversi lentamente in corso d’acqua ampio e luminoso, nettamente distinto dall’acqua gialla e torbida che era intorno. Sapeva che si trattava del fiume Moshui. Sulla zattera di un giovane contadino vide una grande carpa dal ventre argenteo e il dorso verde, un sottile moncone di sorgo duro e flessibile trapassava le guance. Il contadino la sollevò orgoglioso per mostrarla agli uomini che stavano sulle mura. La carpa era grande quanto metà uomo, perdeva sangue dalle guance, aveva la bocca spalancata e guardava triste e con occhi spenti mio padre…”
Ci sono personaggi ripugnanti, popolani meschini, fedeli servitori, banditi che secernono nostalgico romanticismo. E poi ci sono gli animali. Il rapporto uomo-natura è profondamente diverso dalla contemporaneità. Si tratta di sopravvivere alla fame, quindi non c’è spazio per la coscienza animalista. Gli animali vengono sfruttati, picchiati, scannati, mangiati, insultati, disprezzati. Si tratta di argomenti che possono ferire la sensibilità del lettore moderno, il quale ha quasi del tutto dimenticato le necessità che la povertà imponeva. Ha dimenticato il perché di tutto questo.
La scena più sconvolgente e appassionante del romanzo è proprio una assurda battaglia fra umani e cani. Gli umani sono stravolti dalla guerra e dalla devastazione. Hanno perso tutto, sono circondati di macerie e di cadaveri. I cadaveri delle loro persone care. I cani sono sbandati. Si sono coalizzati in un branco e… hanno fame. Vorrebbero banchettare con gli umani morti, ma gli umani vivi intendono difenderne le spoglie. I cani sono molti, gli umani pochi. I cani sono disarmati, gli umani sparano. Ne nasce una carneficina ulteriore, estrema. Diventa una questione di puntiglio. I cani non si arrendono, attaccano, mordono, latrano, guaiscono, sanguinano, muoiono…
La feroce caparbietà del branco e la testardaggine delle loro scorribande è metafora dell’insensatezza in cui cade (spesso) l’umanità non pensante. L’umanità che si aggrega a condottieri fatui per compiere scempio di se stessa e del mondo intero.

Se volessi definire questo romanzo con una sola parola, sceglierei “cromatico”. I colori pervadono l’intera narrazione, ma è il rosso a dominare. C’è ovviamente il rosso del sorgo, che avvolge tutto e tutti. È un rosso nutriente e inebriante. Con il sorgo ci si sfama e ci si ubriaca, dopo averlo trasformato in vino. C’è il rosso della vergogna, che tanto ferisce l’orgoglio dei protagonisti. C’è il rosso delle scarpette che avvolgono i piedi delle giovani spose, assurdamente deformati da fasciature costrittive. Bisogna renderli piccoli, in obbedienza a un canone estetico ancestrale e feticistico. C’è il rosso della rabbia, della gelosia, che sconvolge i già labili equilibri emotivi. C’è il rosso del sol levante, che si staglia sullo sfondo bianco della bandiera giapponese. I giapponesi infliggono una morte tutt’altro che nera. È rossa, inondata di sangue.
E il rosso del sangue è quello più presente. È spaventoso, terribile, raggelante. C’è il rosso della bandiera comunista. I rivoluzionari cercano di catturare le simpatie dei popolani, di vincere la loro diffidenza. Ce la faranno, riusciranno a sostituire un disastro con un altro: dirigismo economico al posto del colonialismo giapponese.
Lo stile di “Sorgo rosso”
Ciò che più sorprende di questo romanzo è lo stile. C’è un impiego frequente e magistrale del flashback. I ricordi si accendono all’improvviso e sballottolano il lettore qua e là, fra allora e adesso, fra passato remoto e passato prossimo.
Si fa un uso insolito e sorprendente della metafora. Ci sono associazioni impensabili nella letteratura nostrana, occidentale. Descrizioni pittate di colori inusuali. Mo Yan ha brevettato una nuova forma di metafora, quella cromatica. Nessuno la utilizza come e quanto lui. Questo soldato prestato alla letteratura sa stupire il lettore con le sue colorate novità, con le sue descrizioni vivide, subitanee, improvvise. Si accendono, di colpo, per spezzare la monotonia del rosso. E il lettore che fa? Reagisce esclamando: “Ah, però!”
“Che cos’è l’amore? Ognuno ha una risposta diversa a questa domanda. Questo demone ha tormentato un numero infinito di uomini valorosi e di donne virtuose e capaci. Basandomi sulle storie d’amore del nonno, sugli amori tempestosi di mio padre e sul pallido deserto delle mie esperienze, ho desunto alcune costanti valide per le tre generazioni della mia famiglia. La prima fase, quella dell’amore ardente, è fatta di dolore lacerante, dal cuore trafitto gocciola un liquido simile alla resina di pino; il sangue versato per le pene d’amore sgorga dallo stomaco, attraversa gli intestini e viene espulso dal corpo sotto forma di feci nere come la pece. La seconda fase, quella dell’amore crudele, è la fase della critica impietosa; gli innamorati adorano scorticarsi vivi sul piano fisico, psicologico, spirituale e materiale; adorano strapparsi a vicenda le vene, i muscoli, gli organi e infine il cuore nero o rosso, e gettarlo in faccia all’altro, facendo sì che i due cuori si scontrino e vadano in pezzi. La terza fase, o dell’amore di ghiaccio, è caratterizzata da lunghi silenzi. La freddezza trasforma gli amanti in ghiaccioli, è per questo che quelli che amano veramente hanno il viso bianco come brina e una temperatura corporea di venticinque gradi. Battono i denti senza riuscire a parlare, non perché non lo vogliano ma perché hanno disimparato, e agli altri danno l’impressione di essere muti.”

Orazio C.