“SOTTO GLI OCCHI DELL’OCCIDENTE” di Joseph Conrad
Non dovrebbe stupire che un classico, un libro scritto ben 111 anni fa, presenti caratteri e contenuti perfettamente attuali. Eppure c’è sempre un moto di sorpresa nello scoprire che il passato è molto più “aderente” al presente di quanto si è soliti credere. Sarà l’arroganza dei tempi moderni, nei quali ci si vanta di essere più “evoluti”, emancipati, liberi rispetto a una volta, o sarà il retaggio culturale della concezione lineare del tempo con la quale il cristianesimo ha mandato in pensione la visione ciclica – e pagana – della storia. Troppo spesso fingiamo di non accorgerci di essere sempre i soliti, impenitenti, recidivi. Ma l’onestà intellettuale impone di constatare che gli eventi si ripetono e che gli uomini di oggi non sono molto diversi dai loro antenati.
Introduzione a “Sotto gli occhi dell’Occidente”
Con questo romanzo tetro e concettoso, Joseph Conrad volle mettere a paragone l’illuminismo occidentale con il cinismo russo, volle portare in scena l’animo tenebroso dei russi, l’atavico tormento ruteno, e sottoporlo al giudizio sussiegoso di chi non sa capire, di chi non può capire ciò che insito a una cultura diversa, lontana, arcana. Una cultura, quella russa, che se non è proprio contrapposta o antitetica alla nostra, è di certo fiera della propria alterità, è senz’altro inconcepibile agli occhi di chi non la vive, è comunque inesplicabile attraverso l’urgenza, tutta nostrana, di giungere a una sintesi.
A cosa stiamo assistendo, in questi terribili giorni di guerra, se non a uno scontro di civiltà? Che cosa dilania l’Ucraina – quella maestosa e sfortunata terra di mezzo – se non il braccio di ferro fra la solita autocrazia orientale e la democrazia incompiuta dell’occidente?
“È il cinismo il segno distintivo dell’autocrazia russa e della rivolta russa. Nel suo orgoglio dei numeri, nelle sue strane pretese di santità, nella segreta prontezza a protrarsi nella sofferenza, lo spirito della Russia è lo spirito del cinismo. Pervade e informa di sé le dichiarazioni dei politici, le teorie dei rivoluzionari, i mistici vaticini dei profeti, al punto da far assomigliare la libertà a una forma di corruzione e a far apparire indecenti le stesse virtù cristiane…”
Trama di “Sotto gli occhi dell’Occidente”
Nella Russia zarista del Novecento, un giovane anarchico di nome Haldin compie un attentato cruento contro il ministro delle finanze, un terribile autocrate dal polso di ferro, uno spietato reazionario che opprime il popolo e rivendica con arroganza il proprio ruolo di vessatore. Haldin, una volta commesso il delitto, si rifugia nell’appartamento di un ignaro studente universitario, cercando la sua protezione. È così che entra in scena il protagonista, Razumov, un meraviglioso personaggio dai tratti marcatamente dostoevskiani. Razumov è un uomo solo, non ha nessuno al mondo fuorché se stesso, e si trova d’improvviso ad avere in casa lo spirito di ribellione del popolo russo, incarnato dal suo amico Haldin. Razumov, il cui cognome deriva dalla parola russa che si traduce con “ragione”, è tutto fuorché ragionevole. Viene colto dal panico e si affretta a denunciare il proprio amico alla pubblica autorità.
Da qui inizia il suo calvario introspettivo, che lo porta a ruminare pensieri di autocondanna, abbozzi di autoassoluzione e vittimistiche recriminazioni contro la sfortuna. Il senso di colpa lo travolge e lo accomuna al famigerato Raskolnikov. Ma il delitto di Razumov è meno cruento e molto più sottile del suo omologo. La sua delazione, il tradimento dell’amicizia, è espressione del proprio istinto di protezione, dell’insito egoismo di ogni essere umano. Razumov vorrebbe fingersi moderato, vorrebbe condannare la violenza dei terroristi, dei ribelli, degli anarchici, ma in cuor suo sa che l’oppressione zarista non meriterebbe altro trattamento che il bagno di sangue. Ma cerca, invano, di giustificarsi con se stesso e inveisce contro la sua vittima:
“In Russia, la terra delle idee spettrali e delle aspirazioni disincantate, molti spiriti audaci, rinunciando all’inutile, interminabile conflitto, si volgono al grande fatto storico del paese, all’autocrazia, per mettere in pace la loro coscienza patriottica, come fa l’ateo stanco che, toccato dalla grazia, si volge alla fede dei suoi padri per avere la benedizione della pace spirituale. […] Haldin significa disgregazione. […] Che cos’è con quella sua indignazione, con quel suo parlare di schiavitù, con quel suo cianciare di giustizia divina? Disgregazione significa disgregazione. Meglio che a migliaia soffrano anziché un popolo si trasformi in una massa disintegrata, impotente come polvere al vento. Meglio l’oscurantismo che il bagliore delle fiaccole incendiarie. Il seme germoglia nella notte. Dalla nera terra sboccia la pianta perfetta. L’eruzione vulcanica invece è sterile, la rovina del suolo fertile. E io, io che amo il mio paese – io che non ho altro da amare e in cui credere – dovrò vedere il mio futuro, forse la possibilità di rendermi utile, rovinati da un fanatico sanguinario? […] Che cos’è un trono? Legno foderato di velluto. Ma è anche seggio di potere. Il tipo di governo è soltanto la forma dello strumento per esercitare quel potere. Ma ventimila palloni gonfiati dai più nobili sentimenti (gli anarchici, ndr), sempre a urtarsi nell’aria, non fanno che ingombrare squallidamente lo spazio, privi di potere e volontà, senza nulla da dare.”
Analisi di “Sotto gli occhi dell’Occidente”
Il dibattito che in questi giorni portiamo avanti, nella comodità dei nostri divani occidentali, è relativo all’inerzia del popolo russo di fronte agli eventi. Vorremmo fare appello al loro onore e sospingerli – a parole – verso l’insurrezione. Vorremmo che si ribellassero all’autocrazia putiniana e rovesciassero il suo trono. Ma ci siamo davvero interrogati sul perché ciò non avviene? La propaganda di regime, d’accordo; l’untuosa corruzione del sistema oligarchico, senza dubbio; la censura, certamente. E la paura? Noi conosciamo la paura? Conosciamo la paura vera, il rischio, il sangue, il pericolo concreto? Fossimo nei loro panni, avremmo fatto di meglio? Il fascismo rimase in vita, quasi indisturbato, per oltre venti anni. Cadde, anzi implose, per la pressione esterna degli eserciti alleati, non certo per l’audacia democratica del popolo italiano. Il nazismo finì per annientamento militare. Lo stalinismo si estinse per morte naturale del suo sciagurato demiurgo. Non sono poi così immediate le rivoluzioni, dovremmo saperlo. Eppure continuiamo a rimproverare ai russi di peccare di ardimento, dimenticandoci che loro, una volta, la rivoluzione l’hanno fatta eccome, anche se poi andò a finire malissimo.
Fra le altre cose fingiamo di non considerare uno dei problemi di fondo: il dubbio, la paura dell’ignoto. Cosa succederebbe con la caduta dell’attuale autocrate? Abbiamo considerato la paura del dopo? Ci siamo immedesimati a sufficienza nella realtà di chi rischia di precipitare in un vuoto di potere che potrebbe essere catastrofico? Suvvia, diciamo la verità, non lo abbiamo fatto. Ci siamo limitati a tifare contro o a favore, biasimando ora gli assoggettati ora le vittime. Ma come spesso accade le cose sono molto più complicate di come appaiono. La Russia è qualcosa di molto più complesso di come ci farebbe comodo pensare. Forse noi non siamo in grado di capirla e non vogliamo accettarlo. Ma c’è di più: forse i russi non vogliono essere capiti. Forse a loro piace essere incomprensibili e si crogiolano nella loro indecifrabilità. Conrad lo suggerisce più volte, nel corso della narrazione:
“La propensione a rimuovere, per mezzo di qualche formula mistica, i problemi dal piano del comprensibile è tipicamente russa. […] Si deve essere russi, immagino, per capire l’ingenuità russa, una ingenuità terribile e corrosiva che ricorre a espressioni mistiche per ammantare un cinismo di inguaribile candore. A volte penso che il segreto psicologico della profonda diversità di quella gente stia in questo: essi odiano la vita, la vita su questa terra, irrimediabile così com’è, mentre noi occidentali, che ne abbiamo il culto, esageriamo forse, in pari misura, il valore sentimentale.”
Pertanto l’incomunicabilità fra occidente e Russia avrebbe come sostrato un fraintendimento di fondo: noi puntiamo tutto sul presente e sull’esistenza terrena, loro sono molto più mistici e profondi per attaccarsi alla sola vita. Forse in occidente la vita vale “troppo” – e ciò conduce alla nostra pusillanimità, alla codardia, all’implosione evidente del nostro sistema di valori – mentre in oriente vale poco – o molto di meno – e ciò determina il cinismo delle loro scelte.
Raccontandoci di Razumov, Joseph Conrad voleva metterci in guardia dai pericoli del semplicismo e del pregiudizio che ammorba le nostre valutazioni. Conrad, che nacque in Polonia ai tempi dell’impero zarista e che visse da esiliato in Inghilterra perché i suoi genitori erano dissidenti politici, avvertì sulla propria pelle il dramma di questa incomprensione occidentale. Conrad conobbe l’incomunicabilità fra oriente e occidente, conobbe gli stereotipi, conobbe la diffidenza e la fobia.
“…parola mia, noi russi siamo un branco di ubriaconi. Inebriarci dobbiamo, non importa come: per scatenarci nella disperazione o piagnucolare nella rassegnazione; abbandonarci all’inerzia come pesi morti o appiccare il fuoco alla casa. Che cosa deve fare l’uomo sobrio, vorrei proprio sapere? Impossibile tagliarsi fuori del mondo. Per vivere nel deserto bisogna essere dei santi, ma se un ubriaco salta fuori da un’osteria, ti piomba addosso, ti bacia sulle gote perché gli è piaciuto qualcosa di te, che fare allora… me lo dica per cortesia? Si può arrivare a rompergli un randello sulla schiena senza riuscire a scuoterselo di dosso…”
Finale e conclusioni
Razumov lascia il suo paese per approdare nella pacifica Svizzera. Lì respira un’aria che non gli è congeniale, tanto è lieve, serena, mite. La Svizzera sconosce la morbosità dell’autocrazia e i pericoli della ribellione. Nella sua mitezza si rifugiano degli esiliati che stanno tramando un complotto internazionale per rovesciare lo Zar. Razumov si viene a trovare fra loro. Si tratta di esseri misteriosi, un po’ spaventosi un po’ buffi. Ricordano, per un verso, gli indimenticabili demoni di Dostoevskij, ma sono certamente più determinati, più concreti, più pericolosi… Razumov si trova esposto al loro impeto di ribellione, conosce le loro ragioni, la forza arcana che muove il loro animo. Ne è affascinato e sconcertato, al contempo. Finisce con l’esserne travolto. O forse è il suo inconscio che lo travolge?
Ma nonostante tutte le differenze, nonostante i limiti, nonostante l’impermeabilità delle culture, è davvero così incolmabile la distanza che ci separa dalla Russia autentica, dall’animo stoico e indefesso del suo popolo? Insomma, è così difficile la pace?
“Devo confessarle che non rinuncerò mai ad aspettare il giorno in cui tutte le discordie saranno mute. Cerchi di immaginare l’alba! È finita la tempesta dell’aggressione e dell’esecrazione; tutto è quieto; sorge il nuovo sole; gli uomini stanchi, finalmente uniti, valutando nella loro coscienza la lotta conclusa, si sentono rattristati della vittoria perché tanti principi sono morti per il trionfo di uno, tanti ideali li hanno abbandonati lasciandoli senza sostegno. Si sentono soli sulla terra e si raccolgono vicini, insieme. Sì, ci saranno molte ore amare! Ma alla fine l’angoscia del cuore naufragherà nell’amore.”