L’asterisco, o come minare le fondamenta del linguaggio
Aborro l’asterisco. E aborro tutti quelli che lo usano.
Espressioni forti, addirittura aggressive e per niente politically correct. Sicuramente è così. Nonostante ciò, mantengo le posizioni (augurandomi che Entheos pubblichi lo stesso l’articolo, nonostante l’argomento pare sia tabù).
Non sono una linguista. Né un’esperta di alcunché. Quello che però ho chiaro sotto agli occhi persino senza le idonee qualifiche, è lo scempio sistematico, visibile o sommerso, che stiamo infliggendo al linguaggio.
Prendiamo l’asterisco. Mi piace l’asterisco, è un bel simbolo. Ha una forma regale – d’altronde, sta sempre in alto – e anche un po’ sognante, vista la sua similitudine a una stella. Ha anche un’interessante funzione, l’asterisco. E no, non è quella di “premere il tasto asterisco”.
Incluso fra i segni d’interpunzione, ha diversi utilizzi:
- se inserito a fine parola, indica una nota a piè di pagina. Se sono due (o più), indicano la seconda nota a piè di pagina e via dicendo. È di uso molto comune nei contratti, nelle polizze e in alcuni documenti ufficiali (e, di solito, sta lì la fregatura);
- se è a gruppo di tre, indica un’omissione (nella città di ***, la signora ***);
- sempre a tre, ma separati dallo spazio (* * *), solitamente in una riga morta di un testo, l’inserimento indica una pausa nel racconto. La pausa è maggiore rispetto a quella creata dal capoverso, ma minore rispetto a un nuovo capitolo. Può indicare salti temporali o un cambio di argomento.
Come vedete (wikipedia offre anche altre spiegazioni), l’asterisco ha il suo perché. Che NON è quello di semplificare la vita a chicchessia con l’autostima sotto ai piedi, evitandogli così di interrogarsi sull’inclusività o meno di quello che gli esce dalla bocca (cioè, dalla tastiera). E NON è nemmeno quello di lavare le coscienze al razzista di turno che, travestito nella pelle di asterisco, pensa di risolvere così i propri limiti mentali. E NON è nemmeno quello di posare una finta, inconsistente doratura sulla superficie delle cose che non ci piacciono per farle sembrare più piacevoli.
Cos’è, sono finite le parole? Non sappiamo più costruire frasi che dicano quello che vogliamo che dicano? O forse il vero problema è proprio questo: non sappiamo quello che stiamo dicendo e, per farlo sembrare migliore abbiamo bisogno dell’asterisco? O non stiamo dicendo niente, quindi ci serviamo dell’asterisco per farlo sembrare qualcosa?
Non lo so, non so più cosa pensare. Di certo non posso pensare che qualcuno si senta escluso da una frase che include la parola “tutti”. Anche perché, fosse così, il suo problema non si risolverà (purtroppo) con un asterisco.
Ma non è solo l’asterisco.
Sapete che ogni articolo che viene scritto e, si spera, letto (incluso questo) deve superare gli onnipotenti parametri SEO (search engine optimizer)? Parametri senza quali non vieni letto, non vieni trovato, non ti posizioni sui motori di ricerca, in una parola: sei nessuno. Sapete cosa dicono questi parametri? Cosa dicono a me, visto che i miei articoli non superano mai gli agognati indici:
- Stai usando frasi troppo lunghe. Accorcia le frasi, per Bacco, la gente non è in grado di leggere frasi lunghe!
- Il tuo indice di leggibilità è improponibile. Stai usando troppe parole complesse, semplificare, semplificare! Mettici qualche faccina e, già che ci sei, un asterisco!
- I paragrafi, devi dividere per paragrafi, quante volte devo dirtelo! Se la gente vede tutta questa sfilza di frasi in fila si fa venire una sincope!
- Inserisci i sottotitoli per dare un po’ di movimento a questo articolo! Sembra che tu abbia da dire chissà che cosa, ma non importa a nessuno, contano solo i sottotitoli e, preferibilmente, belli grossi.
Continua a sgridarmi a lungo, il mio SEO. Pensate: ho un errore SEO anche nel titolo. La mia vita non ha più senso. Datemi un asterisco!