“MIDDLEMARCH” di George Eliot – recensione
“La prima e indispensabile forma di emancipazione a cui l’essere umano maturo dovrebbe aspirare è l’indifferenza al giudizio altrui. Solo quando si smette di temere l’opinione di chi circonda si può raggiungere la serenità sufficiente per poter vivere in pace. Si potrebbero riassumere con queste semplici considerazioni le oltre ottocento meravigliose pagine di questo romanzo.”
Chi l’ha scritto desiderava veicolare questo messaggio per mettere in guardia il lettore dalla coercizione che il giudizio sociale può comportare.
Ma chi l’ha scritto?
L’autore è un’autrice. Mary Ann Evans, scrittrice inglese di epoca vittoriana, si scelse uno pseudonimo maschile per ottenere una maggiore considerazione dal pubblico e per distinguersi dalle colleghe. Non le andavano a genio né gli argomenti che di solito venivano trattati dalle scrittrici – troppo romanticismo, troppe melensaggini –, né lo stile adottato – troppo dimesso, troppo semplificato, elementare. Il suo obiettivo era invece quello di creare letteratura di qualità, che sapesse intrattenere il lettore ma anche indirizzarlo verso la crescita personale, l’arricchimento intellettuale. Missione compiuta.

Perché.
Vivere con il timore di essere giudicati negativamente ha conseguenze nefaste sulla propria identità. Comprime la personalità dell’individuo con il risultato di incastrarla in una delle tante, anonime caselle che la società gli riserva. Chi subisce questa paura si trova di fronte a un bivio: o si conforma a ciò che altri hanno deciso per lui, oppure si isola dal mondo alla stregua di un orso. Mary Ann Evans invita il lettore al pensiero critico, in modo da potersi omologare al sentire comune quando è il caso di farlo, e di dissociarsene al momento opportuno. Solidità caratteriale, coscienza sveglia, occhi aperti, testa alta.
“Noi esseri mortali, uomini e donne, patiamo parecchie delusioni fra la prima colazione e l’ora della cena, tratteniamo molte lacrime e dissimuliamo le nostre labbra livide, e se ci viene chiesto che cosa abbiamo rispondiamo: Oh, niente! È l’orgoglio che ci sostiene: e l’orgoglio è una buona cosa quando ci spinge solo a nascondere le nostre ferite,e non a infliggerne agli altri.”
La scelta di tale tematica era anche un modo per riaffermare se stessa e per raccontarsi al pubblico. L’autrice è stata una donna anticonformista, capace di disattendere il volere della propria famiglia, capace di convivere con un uomo già coniugato (il quale si beccò una bella accusa di bigamia), capace di scegliersi una professione “maschile”, nonché di allontanarsi dalla pratica della fede cristiana tutte le volte in cui non si trovava in accordo con i ministri del culto. Era una donna che non temeva il confronto intellettuale con gli uomini. Avrebbe voluto spingere le donne del suo tempo fuori dagli stereotipi del romanticismo, dall’esasperazione di ogni sentimentalismo, dall’idealizzazione del matrimonio come unico scopo di vita e principale approdo dell’esistenza.
Andare oltre gli obiettivi minimi, pretendere di più da se stessi.
Dove e quando.
Dunque questa profetessa del dissenso inventò una località di provincia, Middlemarch, collocandola al centro dell’Inghilterra più o meno cinquant’anni prima della data di pubblicazione dell’opera (1874). Questa fantomatica Middlemarch è un microcosmo sociale nel quale collidono forze contrastanti: anzitutto l’immancabile ipocrisia, che pretenderebbe di velare di rispettabilità qualunque iniziativa umana. Pertanto ciascuno diventa giudice delle malefatte altrui, chiunque sarebbe pronto a scagliare la prima pietra, nessuno è predisposto al perdono. C’è poi l’ignoranza, spesso accompagnata dalla superstizione. È un’ignoranza stantia, che si trascina da lungo tempo, da secoli. Permea in tutti gli strati della società, contribuisce a mantenere lo statu quo, avversa ogni forma di innovazione, per partito preso. Tutto deve rimanere immutabile, a Middlemarch. Tutto cristallizzato dentro schemi preconcetti. Chiunque cerchi di fluidificare la realtà viene avversato, oppure emarginato, perfino sbeffeggiato. Non può mancare la religione: ci sono sferzate di cristianesimo integralista, quello che vorrebbe spaventare a morte ogni sussulto di audacia intellettiva, quello che minaccia punizioni ineludibili, quello che millanta destini preordinati, quello che castra qualsiasi forma di ribellione. Questo cristianesimo soggioga soprattutto le donne, ma non risparmia nessun uomo.
“C’è una gelosia che non si nutre di fuoco: essa non è neppure una passione ma un algido sentimento, concepito nel cupo sconforto di un egoismo accidioso.”

Argomenti di “Middlemarch”.
Le tematiche affrontate sono molteplici e tutte perfettamente congruenti con la modernità dei nostri tempi. Questo è un romanzo eterno perché eternamente uguali sono gli errori che gli uomini commettono.
- Anzitutto si analizza il matrimonio, si mostrano le sue insidie, le trappole che in esso si nascondono, gli inevitabili sacrifici che richiede. Poi si inscena la terribile guerra di nervi che le relazioni amorose sanno scatenare, nonché le estenuanti trattative diplomatiche che dovrebbero ricondurre alla pace. Però non si raggiunge mai un perfetto equilibrio: alla fine c’è sempre un coniuge che si impone e un altro che subisce. Il matrimonio è un legame asimmetrico.
- In questo romanzo si tratta di denaro. I soldi sono l’indispensabile fluidificante che può smuovere gli ingranaggi del quotidiano o che può gripparli fatalmente. L’autrice, nata in una famiglia benestante, finì per trovarsi in ristrettezze economiche per via delle sue scelte di vita ribelli e anacronistiche. Sapeva bene che la mancanza di disponibilità economica mina qualsiasi progetto dalle fondamenta. Neppure il più motivato degli idealisti potrebbe ambire a cambiare una sola virgola del mondo se non disponesse di sufficiente denaro. A Middlemarch è importante avversare la staticità del denaro. La trasmissione ereditaria dei grandi patrimoni comporta meschini e ingiusti tentativi di salvaguardia della loro integrità. Ciò rappresenta un insulso ostacolo al cambiamento sociale e alla soluzione di problemi atavici. Chi dispone di soldi non dovrebbe scialarli per il proprio egoistico benessere, né arroccarsi in difesa dello sterile culto del proprio gruzzolo. È necessario che trovi uno scopo a cui dedicare le proprie risorse. Tanto meglio se questo scopo risulta essere socialmente condivisibile.
- Certamente a Middlemarch può capitare di imbattersi nell’amicizia. È una rarità dai risvolti interamente positivi. Ha le caratteristiche di una società di mutuo soccorso ed effettua memorabili operazioni di salvataggio.
- Per quanto concerne l’amore, viene rappresentato come una forza incontrastabile e ingovernabile, dalla natura sovrumana. L’amore arriva all’improvviso e travolge interamente la struttura emotiva di chi lo subisce. Può essere, al contempo, salvifico e distruttivo. Può guarire o far ammalare. Può arricchire o rovinare per sempre. Si salvi chi può, verrebbe da dire. Ma il problema è che nessuno ne è immune.
“Quando venne annunciata Mrs. Casaubon egli trasalì come per una scossa elettrica, e avvertì un formicolio alle dita delle mani. Chi l’avesse osservato avrebbe notato un tale cambiamento nella carnagione, nel disporsi dei muscoli facciali e nella vivacità dello sguardo, da far pensare che un tocco magico avesse investito ogni molecola del suo corpo. Ed era avvenuto proprio questo. Perché la magia ha una natura trascendente e nessuno può misurare la sottigliezza dei tocchi che comunicano la qualità dell’anima oltre che quella del corpo e che fanno sì che la passione di un uomo per una donna sia diversa da ciò che lui prova per un’altra donna, allo stesso modo in cui la gioia per la luce del mattino sulle valli, sui fiumi, e sulle cime delle montagne differisce da quella che ci invade davanti alla bellezza delle lanterne cinesi e dei pannelli di vetro.
I personaggi di “Middlemarch”.
Non si può individuare un vero e proprio protagonista in questo romanzo. Non a caso, il titolo fa riferimento a un luogo anziché a una persona. È proprio la società di Middlemarch a essere protagonista della narrazione. Tuttavia emergono alcuni personaggi principali, magnificamente caratterizzati. Sono descritti con accuratezza analitica, senza cadere mai nella banalità dello stereotipo. E nelle tre figure femminili più interessanti è possibile rintracciare degli elementi autobiografici che fanno capo all’autrice:
Dorothea – Una giovane donna dotata di forti ideali. Ha un elevato senso della giustizia. Riconosce i privilegi che l’essere nata borghese le garantisce, dunque sente il bisogno di sdebitarsi con la sorte. Autentici slanci di socialismo ante litteram animano il suo agire. Vuole aiutare i meno fortunati, i popolani, i villici. Si spende per la realizzazione di progetti socialmente utili.
Dorothea è una donna bella ma castiga le sue grazie dentro abiti molto accollati, rinuncia a ogni forma di vanità, non usa cosmetici o acconciature sofisticate. Tutto ciò non è che il riflesso esteriore del suo sacrificio personale. La sua forte religiosità la porta all’abnegazione. Ha bisogno di dedicarsi a qualcosa, a qualcuno. Non le basta una vita come tante. Finisce per sposarsi troppo giovane, legandosi a un uomo fatuo e rancoroso, molto più grande di lei.
L’autrice ha donato a Dorothea quello che era il proprio idealismo giovanile. La forza di volontà che la contraddistingueva, l’incorruttibilità dei principi, la voglia di gridare al mondo contro ogni ingiustizia, lo sprezzo delle vanità. Però ha esagerato. Dorothea è eccessivamente austera, al punto da non avvertire interesse per le arti. Risulta quasi ascetica.
Dorothea è un personaggio con nel quale è difficile immedesimarsi per via della sua totale mancanza di egoismo. Questa mancanza la pone in pericolo, la rende ingenua e vulnerabile, non le consente di tutelarsi. Si finisce per arrabbiarsi con lei perché… perché le si vuol bene. Il suo animo è puro e generoso.
Rosamond – È una sorta di antagonista di Dorothea. Una ragazza particolarmente avvenente e particolarmente viziata. Ha un contegno impeccabile quando si trova in pubblico. In termini prosaici, potremmo definirla “perfettina”. È abituata a essere corteggiata, si mostra spesso civettuola, confida troppo sul proprio fascino. È abbastanza ignorante, molto materialista, per nulla disposta al sacrificio. A differenza di Dorothea non desidera consacrarsi a nessun ideale, non ha progetti da realizzare al di fuori del proprio benessere materiale. Rosamond ha un carattere indomito, non si sottomette a nessuno, non ubbidisce. Proprio quest’ultima caratteristica rappresenta il punto di contatto con la scrittrice che le ha dato vita. Una orgogliosa sfrontatezza, una certa testardaggine.
Mary – Il personaggio che più facilmente attira le simpatie del lettore. Vive in ristrettezze, a differenza delle sue coetanee Rosamond e Dorothea, ed è costretta a lavorare per mantenersi. Non ha potuto avere una formazione completa, ma non le mancano né intelligenza né acume. In diverse occasioni si mostra addirittura saggia. Ciò che le manca è la bellezza. È nata bruttina, sgraziata, come l’autrice. Da qui l’omonimia. Mary Ann Evans era poco attraente. Ne soffrì molto, specialmente da giovane, quando i suoi innamoramenti non vennero corrisposti. Il grande scrittore Henry James, l’autore di “Ritratto di signora”, la descrisse senza fare ricorso alcuno agli eufemismi: “Aveva la fronte bassa, gli occhi di un grigio spento, il naso grande e pendulo, una bocca larga nella quale si intravedevano i denti storti, e il mento e la mascella ‘qui n’en finissent pas’… Eppure in questa vasta bruttezza risiede una bellezza potentissima che in pochi minuti rapisce e affascina la mente, cosicché, alla fine, ci si ritrova innamorati di lei, come è accaduto a me. Sì, consideratemi innamorato di questa grande intellettuale dalla faccia cavallina.”
Will – Gli spetta il ruolo del bello e tenebroso. È un giovane di grande intelligenza, dotato di estrema sensibilità. Potenti energie idealistiche lo rendono irrequieto, nervoso, imprevedibile. Di mestiere fa nulla. Anzi, è una sorta di artista inespresso, purtroppo non dotato di sufficiente talento. Siccome a Middlemarch, come in ogni dove, chi non è capace di fare soldi viene malvisto, Will attira numerose antipatie. Tanto meglio, a lui i ruoli scomodi calzano a pennello.
Quando viene invitato nei salotti degli amici, disdegna le poltrone. Si sdraia per terra, supino, usando i tappeti come giacigli. Ha bisogno di fissare il soffitto mentre si dedica alla conversazione. Vi immaginate quanta curiosità può suscitare un soggetto così originale?
Lydgate – È un giovane e talentuoso medico. Giunge a Middlemarch con la determinazione di chi vuole spaccare il mondo, con la sicurezza di chi conosce il proprio valore, con l’orgoglio di chi ha sempre potuto contare solo su se stesso e non vorrebbe mai dire “grazie” a nessuno. Ma la sorte lo bastona a dovere, impietosamente. La mancanza di denaro sarà la sua palla al piede, il matrimonio rappresenterà un vincolo inalienabile per il suo spirito, le invidie dei concittadini ignoranti lo costringeranno a lottare strenuamente per affermarsi. Fino allo sfinimento.
Bulstrode – Anziano banchiere che spadroneggia per la città, beandosi del suo potere e delle sue ricchezze. Arrogante e borioso, si erge a giudice supremo della collettività. Ha un forte attaccamento alla religione, che però interpreta a modo suo. Lui pensa di essere speciale, pensa di avere un’investitura divina che gli condona errori e peccati. Per questo assume il ruolo di moralizzatore, ma non potrebbe permetterselo. Perché dentro è marcio. Fino all’osso.
Stile di “Middlemarch”.
Trattandosi di un’opera che si inserisce nel filone letterario del realismo, non può che presentare uno stile lineare, piano, compassato. La Evans scelse una prosa elegante, affatto barocca. Non ci sono slanci di lirismo ma c’è un ordine impeccabile, una misura classicheggiante in ciascuna frase. Ciò non significa che il tono sia sempre serioso. C’è invece una piacevole mutevolezza. Non mancano scene di ilarità. La commedia umana della Evans prevedeva anche il divertimento.
La narrazione è stata snellita facendo ricorso al discorso diretto libero. Non ci sono virgolette citazionali, non ci sono verbi che introducono il parlato. Si passa, repentinamente, dalle considerazioni del narratore alle parole pronunciate, o pensate, dai personaggi. Ma il tutto è congegnato così magistralmente da non creare mai incertezze.
Tutte le informazioni sono affidate a un narratore impersonale e onnisciente. Ha un punto di vista panottico e focalizza, di volta in volta la sua attenzione sulle scene più interessanti che si svolgono a Middlemarch. Ci regala dei magnifici primi piani di ogni personaggio. È un regista meraviglioso.
Nell’opera ci sono sporadici episodi di metaromanzo: servono a indirizzare il lettore verso la riflessione, ad accompagnarlo lungo il percorso che l’autrice aveva predisposto. La Evans aborriva le banalità romantiche. Per questo motivo si soffermava sulla complessità psicologica dell’essere umano e sull’analisi sociologica. Mary Ann Evans ha trattava i suoi lettori da adulti. Confidava nelle loro capacità di giudizio e discernimento. Non voleva essere né pedagogica né imbonitoria. Non a caso, la sua illustre collega Virginia Woolf, definì “Middlemarch” “uno dei pochi romanzi inglesi scritti per adulti”, riconoscendo a quest’opera l’importanza che merita.

Conclusioni.
Mi preme sottolineare che, come in tutti i romanzi classici, non si avverte nessuna frenesia narrativa in quest’opera. A Middlemarch non c’è fretta. La voce che ci racconta la storia se la prende comoda. Non corre mai, non si affanna, non salta di palo in frasca, non “violenta” il lettore con la terapia d’urto dell’immagine immediata, né con il flashback improvviso. La voce preferisce introdurre, preferisce ragionare, ci tiene a descrivere. I ricordi – che ovviamente ci sono – non si manifestano come lampi. Sono, piuttosto, rimembranze. I salti temporali non sono né subitanei né disorientanti. Sono traslazioni dell’animo verso mete passate, o future, siano esse vicine o lontane.
Il famoso comandamento “Show, don’t tell”, che ha finito per colonizzare interamente la letteratura moderna, ha reso obsoleta la maniera classicheggiante di raccontare una storia. Ma siamo così certi che abbia avuto effetti benefici sul lettore? Siamo sicuri che ciò di cui la letteratura avesse bisogno fosse proprio la velocità? Per quale motivo la parola scritta deve avere l’immediatezza che è tipica del cinema? A cosa serve trasformare la trama di un romanzo nel copione di un film d’azione? A mio parere sono proprio queste scelte ad allontanare sempre più il lettore dalla cosiddetta contemplazione. È proprio in questo modo che lo si indirizza verso il consumismo letterario. Prima ci sbrighiamo e meglio è, sembra dire l’editoria moderna.
Fatta salva la potenza dell’immagine, che sarà sempre più incisiva e impattante rispetto al suono, la fruizione di un contenuto letterario risulta altrettanto efficace se la si sorbisce con ritmi più blandi rispetto alla frenesia (imposta) della vita moderna. Una voce amica, una voce placida e misurata, che racconti, che evochi, che suggestioni… è davvero insopportabile per il lettore-uditore moderno?
Non attecchisce nella sua mente? Sono forse state perdute le fiabe che ci raccontavano da piccoli? Non hanno forse avuto un adeguato potere immaginifico? La velocità le avrebbe rese più efficaci?
E se qualcuno ha scelto di narrare senza raccontare, se qualcuno ha preferito l’immediatezza, perché mai essa deve diventare totalizzante? Perché non possono esserci più vie per scrivere una storia?
Mostrare e raccontare sono attività complementari che hanno un valore inestimabile. Saperne dosare adeguatamente le percentuali significa creare arte. Accantonarne una delle due sarebbe un delitto contro la bellezza.