“La Sanfelice” di Alexandre Dumas – recensione
Non posso suggerirvi, a cuor leggero, di leggere un romanzo storico lungo oltre 1600 pagine. Ci ho impiegato più di un mese per finirlo e mi rendo conto che potrebbe essere molto impegnativo per chi non è abituato alla prosa dei classici.
Ma se avete voglia di fare un viaggio nel tempo, di immergervi in un evento storico travolgente e indimenticabile, di “abitare” letterariamente in una delle città più belle del mondo, allora procuratevi i 4 tomi che compongono quest’opera…
L’ambientazione di “La Sanfelice”
Il grande autore francese trasporta il lettore nella Napoli borbonica, agli sgoccioli del diciottesimo secolo. Descrive la città con la delicatezza di un poeta e l’accuratezza di un urbanista, introduce decine di personaggi con la passione dello storico e la maestria del caratterista, racconta le vicende con il piglio magico del cantastorie e contestualizza gli eventi con l’accuratezza dello storico.
Stupisce la conoscenza minuziosa che Dumas ha di Napoli, dei suoi siti più famosi e dei vicoli meno noti. Stupisce il fatto che alcune caratteristiche dei suoi abitanti siano rimaste tali dopo oltre 225 anni (la passionalità, l’accoglienza, il fervore religioso, ma anche la superstizione, la tendenza alla spettacolarizzazione dei sentimenti, la volubilità, la caoticità generale…). Incanta la descrizione del golfo, del lungomare, dei panorami partenopei. Commuove la benevolenza con la quale Dumas indulge sui difetti tipici di tale popolazione, della quale si era innamorato senza essere ricambiato.
La trama di “La Sanfelice”
Luisa Molina Sanfelice è nel romanzo una giovanissima nobildonna napoletana (realmente esistita). Ha sposato un uomo molto più grande di lei per volere del proprio padre. Il marito è una persona meravigliosa, inappuntabile, ma Luisa non lo ama. O meglio, non lo ama di quell’amore sensuale e passionale che non ha mai scoperto davvero, essendo così giovane. Lo scopre, all’improvviso, e in maniera dirompente, quando conosce Salvato Palmieri. Costui è un cospiratore napoletano che lavora segretamente alla riuscita di una sorta di rivoluzione francese in terra partenopea. Salvato, nel romanzo, è un eroe valoroso, un soldato formidabile, un uomo di grande onore. Luisa è un vero angelo, un’anima pura e candida, priva di qualsivoglia onta. Dumas si costruì una Sanfelice a suo uso e consumo: la descrisse più giovane di quel che era, la immaginò bionda (per conferirle un’aria angelica) ma in realtà era mora, la volle innocente e pura ma in realtà era una ludopatica piena di debiti.

L’arresto di Luisa Sanfelice – di Modesto Faustini
Olio su tela – post 1875
Tutto ciò è credibile? È verosimile? Ovviamente no. Non esiste la perfezione nelle persone. Ed è qui che si incontra il primo difettuccio che possiamo ardire di rimproverare a Dumas: l’idealizzazione dei personaggi. Di alcuni personaggi. È un qualcosa a cui siamo già abituati, avendo letto il suo più celebre “Il Conte di Montecristo”, è una scelta letteraria comprensibile se si pensa che l’opera era in realtà un feulleiton (romanzo a puntate che veniva allegato alle uscite di quotidiani e riviste, destinato a un pubblico molto vasto e dal bagaglio culturale modesto): il popolo ha bisogno di miti, si sa.
I personaggi
I personaggi più interessanti – e più obiettivamente caratterizzati – si incontrano alla corte dei Borbone:
● Il re Ferdinando I è un uomo di mezza età poco avvezzo all’etichetta regale. Va in giro per il suo regno a fare lo smargiasso, è ignorante come un caprone, è un narcisista privo di empatia, è vendicativo e rancoroso, è tutt’altro che scaltro e lungimirante, è totalmente succube della moglie. Ha un solo pregio: conosce bene i propri difetti e, di tanto in tanto, li ammette candidamente di fronte a tutti.
● La regina Carolina d’Austria è una donna arcigna, subdola, manipolatrice, spietata, dissoluta, anaffettiva. Pur vivendo a Napoli non ama il popolo partenopeo e se lo inimica volentieri. È lei la vera despota della monarchia assoluta che tiene sotto scacco il Regno delle Due Sicilie.
Il rapporto fra i due coniugi reali è complesso e affascinante. Carolina tiranneggia Ferdinando. Essendo questi un narcisista, non può che dominarlo con l’inganno, subdolamente. Si generano delle tensioni elevatissime e un intrigo matrimoniale che Dumas sa esplicare alla perfezione.
● Lady Hamilton è una cortigiana (nel senso più infamante del termine) che intrattiene relazioni promiscue con uomini e donne a seconda della propria convenienza materiale. È bellissima, seducente, ammaliante. Riesce perfino ad abbindolare quel temerario di Horace Nelson, vice ammiraglio della flotta inglese, il quale non fa una bella figura in questa narrazione. Forse il rancore revanchista di un francese sconfitto, quale Dumas, ha contribuito a mettere in luce le meschinità di Nelson. O forse la storia ha tributato davvero troppi onori all’eroe inglese che sconfisse Bonaparte sul mare, in rapporto ai suoi effettivi meriti…
● Il Cardinale Ruffo è un prete soldato, uno scaltro statista che non ha molto da invidiare a Richelieu. Svolge il ruolo di consigliere inascoltato del Re, si occupa di mettere le pezze laddove la Regina e i governatori procurano falle, tiene a galla la vacillante monarchia. È molto interessante aggirarsi fra i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue intuizioni, seguendo la scia tracciata dal narratore.
E poi ci sono decine di altri figure: briganti, delinquenti, scugnizzi, un boia, una misteriosa indovina, politici, generali, pretucoli, malfidi servitori, amici devoti, perfidi intriganti… Ecco dunque l’altro evidente difetto del romanzo che si presenta proprio nelle sue prime pagine: un numero ingente di personaggi viene presentato al lettore con troppa foga, con tanta fretta, rischiando di lasciarlo disorientato. Consigliabile tracciare uno schema dei personaggi per non rimanere disorientati.
Il quadro generale
Ci sono altre imperfezioni? Certamente le continue ripetizioni (di cui l’autore era consapevole) e che servivano a tenere viva la memoria di un pubblico che leggeva a puntate; poi le melensaggini con cui viene intriso l’amore proibito di Luisa e Salvato, e che finiscono per macchiare di stucchevoli tinte “rosa” la narrazione; infine le scene rocambolesche e inverosimili con cui avvengono i colpi di scena (eroi che combattono da soli contro sei o sette persone, mettendole al tappeto, travestimenti perfettamente riusciti, miracolose guarigioni da ferite mortali… Esagerazioni, insomma, del tutto simili a quelle che si incontrano leggendo di Montecristo).
Ma se il lettore moderno è abbastanza smaliziato da non lasciarsi imbambolare, può tenere l’attenzione alta sul tema principale: la rivoluzione, l’eversione, la ribellione contro le ingiustizie, contro l’assolutismo, contro la monarchia, i giochi politici di palazzo, le meschinerie dei potenti, l’ingenuità dei popolani. Del resto, le vicende storiche e politiche narrate sono non solo interessanti, ma attualissime. Presentano tutti i tratti tipici che caratterizzano, da sempre, il potere dominante
- l’uso della forza contro il popolo;
- il connubio prezzolato fra il potere e la malavita organizzata, al fine di controllare la società mediante violenza, terrore, minaccia surrettizia;
- la cecità e l’ignoranza degli strati più bassi della popolazione, sempre orchestrata a dovere;
- l’ingratitudine dei popolani verso coloro che cercano di emanciparli.
In conclusione
Un classico è tale quando resta eternamente attuale.