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IO SONO UN GATTO di Natsume Soseki – trama e recensione

“[…] così sono fatti gli esseri umani. C’è solo un modo per definirli: sono creature che si creano inutili ragioni di sofferenza.”

A questa conclusione giunge il gatto di Soseki, dopo un’attenta e particolareggiata analisi del campionario umano a sua disposizione. Si tratta, infatti, di un giovane gatto filosofo, che ha anche un particolare interesse per la sociologia. Se all’inizio si presenta un po’ timido, quasi spaurito, man mano che acquisisce familiarità col mondo e gli esseri umani, tira fuori gli artigli e si erge a loro giudice. Purtroppo per noi, le sue valutazioni sono poco lusinghiere. Anzi, graffiano forte. Ci tocca fare i conti con il suo punto di vista, felino ed originale, che spesso risulta impietoso.

“Non c’è nulla di più difficile da capire della psicologia umana. Non riesco assolutamente a rendermi conto se in questi giorni il mio padrone sia di cattivo umore, se invece sia allegro, o se cerchi parole rassicuranti negli scritti di qualche vecchio filosofo. Non ho la minima idea di cosa gli passi per la mente, se si fa beffe della società umana o desideri avere qualche ragione banale o ancora se si tenga al di sopra di ogni preoccupazione mondana. In queste cose noi gatti siamo molto più semplici. Se abbiamo fame mangiamo, se abbiamo sonno dormiamo, quando ci arrabbiamo andiamo su tutte le furie, quando piangiamo lo facciamo con tutta l’anima. Tanto per cominciare, non teniamo cose inutili come un diario. Perché non ne abbiamo bisogno. È probabile che le persone che hanno due facce, come il padrone, sentano la necessità di esternare gli aspetti del proprio carattere che non vogliono mostrare a nessuno scrivendo un diario nell’intimità della loro stanza, ma per quanto concerne noi gatti, le nostre quattro posture fondamentali – camminare, stare fermi, stare seduti e stare sdraiati, oltre a urinare e defecare – costituiscono già di per sé un autentico diario, quindi  siamo esonerati dalla seccatura  di tenerne uno per conservare la nostra identità. Se uno ha il tempo di scrivere un diario, tanto vale che se ne stia a dormire nella veranda.”

Il gatto oscilla tra la filosofia zen, che lo porta a meravigliarsi delle ansie e delle preoccupazioni di cui gli umani sono vittime quotidianamente, e lo scetticismo più puro, che non gli consente di guardare con occhio ottimista al futuro della nostra società.

La trama di “Io sono un gatto”

L’incipit del libro potrebbe trarre in inganno e lasciar desumere che il gatto sia il protagonista della storia, dal momento che esso si premura di fornirci alcuni dettagli della sua venuta al mondo. Apprendiamo che è stato brutalmente separato dal resto della cucciolata e dalla madre. Un umano non meglio identificato lo ha letteralmente gettato via. L’elasticità felina gli ha consentito di salvarsi e di sopravvivere lungo un breve periodo di selvatichezza e randagismo. Successivamente, è riuscito a trovarsi una casa. Non è stato né adottato né accolto, piuttosto è stata “tollerata” la sua presenza presso la dimora del professor Kushami. Ecco perché non gli è mai stato dato un nome. Gatto e basta. Di questo dobbiamo accontentarci. Nessuno gli vuole bene, nessuno lo apprezza o si prende cura di lui. Esso semplicemente esiste, e gli umani si degnano di concedergli del cibo e di interagire, solo sporadicamente, con lui. Ciò lo predispone negativamente verso la razza umana e gli permette di coglierne l’egoismo innato. Al tempo stesso, il disinteresse manifestatogli, gli consente di avere una notevole libertà, che lo porta a gironzolare per il quartiere di Tokio nel quale la storia è ambientata e a intrufolarsi di soppiatto nelle case di coloro che intende spiare. A scopi puramente scientifici, si intende.

“È mia opinione che il cielo sia fatto per coprire tutte le creature, e la terra per sostenerle. Nemmeno le persone più polemiche e petulanti possono negare questa verità. Se poi andiamo a vedere quanto abbia contribuito il genere umano alla creazione di cielo e terra, mi pare che non sia stato del minimo aiuto. Che diritto hanno dunque gli uomini di dichiararsi padroni di un luogo che non hanno creato? È vero che nulla impedisce loro di arrogarsi questa facoltà, ma non ne consegue che possano proibirne ad altri l’accesso. Però piantano pali e mettono staccionate sull’immensa superficie terrestre per delineare un terreno e dichiararlo di loro proprietà, e con la stessa impudenza sarebbero capaci di recintare il cielo azzurro e registrarne un pezzo come appartenente a Tizio e un altro spettante a Caio. Ora se è lecita la suddivisione della terra in lotti e la compravendita del diritto di proprietà a un tanto a tsubo (unità di misura del terreno, ndr), dovrebbe essere giusto anche dividere l’aria che respiriamo e venderla a un tanto a metro cubo. Visto però che non è lecito recintare e vendere l’aria, perché allora dovremmo considerare legittima la proprietà della terra? Da queste riflessioni sono arrivato a convincermi che posso entrare dove mi pare e piace. Ovviamente evito i posti che non mi interessano, ma quando voglio andare da qualche parte, a nord, sud, est o ovest che sia, ci vado, serenamente e senza pensarci due volte […]
Tuttavia noi gatti, per nostra disgrazia, non possediamo la forza fisica degli uomini. E poiché viviamo in un mondo dove vige il detto “la forza dà il diritto”, anche se abbiamo ragione le nostre argomentazioni non sono prese in alcun conto. A cercare di imporle a tutti i costi […] c’è il rischio di assaggiare il bastone del droghiere quando meno ce lo aspettiamo. Quando la ragione sta da una parte e il potere dall’altra, il più debole ha due soluzioni: sottomettersi subito volgendo la ragione in torto, oppure far valere il proprio diritto eludendo la vigilanza del potente.”

Per la verità, il gatto prova inizialmente a frequentare altri felini, ma le cose non vanno come previsto. Incontra, infatti, Nero e Micetta. Il primo è aggressivo, volgare e oltremodo ignorante. Di questo il gatto di Soseki si lamenterà spesso, essendo orgoglioso della propria erudizione. La seconda è una femmina delicata ed affascinante, ma perisce in circostanze sfortunate. Non gli resta che ripiegare sulle compagnie umane. E qui si scoprono le carte, perché il gatto si rivela essere il narratore della storia, mentre la vera protagonista è l’umanità. La nostra specie viene raccontata da un punto di vista animale, oltremodo severo, ma sicuramente originale. Ahimè, il nostro rappresentante principale è proprio Kushami, il padrone disinteressato del gatto, e la cosa non ci rende onore. Man mano che impara a conoscerlo, il gatto spulcia a dovere fra i suoi difetti e ce ne presenta l’elenco. Egli è un uomo volubile, viziato, pigro, tirchio, e nemmeno tanto colto quanto la sua professione potrebbe lasciare intendere.

Il padrone non lo incontro spesso. Pare che sia un professore. Quando torna a casa da scuola si chiude nello studio fino a sera e ne esce raramente. I suoi familiari sono convinti che sia un grande studioso. In realtà lo è molto meno di quanto i suoi credano. Ogni volta che vado a passi felpati a sbirciare, per lo più lo vedo dormire. Di tanto in tanto una bava gli cola sul libro che tiene davanti a sé. È debole di stomaco e presenta i sintomi tipici della dispepsia: colorito giallognolo, pelle spenta, poco elastica… Ciononostante mangia enormi quantità di cibo. E dopo aver mangiato enormi quantità di cibo prende il takadiastase (farmaco, ndr) per lo stomaco. Poi apre un libro. Ne legge due o tre pagine e gli viene sonno. Gli colano bave sul volume aperto. Questa è la sua routine quotidiana. Io sono soltanto un gatto, però ogni tanto rifletto. Non c’è niente di più comodo che fare il professore. Se mai rinasco uomo, diventerò professore, è deciso. Un lavoro che permette di dedicare tanto tempo al sonno, chiunque è in grado di svolgerlo, anche un gatto. Eppure a sentire lui pare che non ci sia mestiere più duro al mondo e non fa che lamentarsi con gli amici che vengono a trovarlo.”

Le tematiche di “Io sono un gatto”

Una serie di conoscenze di Kushami fa la comparsa sulla scena. Il più interessante fra loro è senza dubbio Meitei. Si tratta di un inguaribile burlone, che è anche invadente, sbruffone, logorroico e pericolosamente esplicito in tutte le sue esternazioni. Meitei introduce il mondo esterno in casa di Kushami, dato che il professore è un po’ orso e tende ad uscire poco. Il gatto definisce il suo padrone “un’ostrica” perché tende a chiudersi in se stesso. La vitalità di Meitei serve a scuoterlo, a distrarlo dall’ozio, a divertirlo con le sue innumerevoli goliardate. Meitei, inoltre, riporta un sacco di pettegolezzi che sono funzionali allo svolgimento della narrazione. C’è poi il giovane Kangetsu, brillante studente universitario e protegée di Kushami. Lui contribuisce ad elevare il livello generale delle conversazioni, spostandole dalle quisquilie alle diatribe artistiche o scientifiche.
Le conversazioni sono l’elemento fondamentale della narrazione, vengono riportate dal cantastorie felino e consentono di farsi un’idea delle personalità sulla scena e delle tematiche affrontate. L’argomento sottaciuto è il grande cambiamento che sta avvenendo in Giappone durante l’era Meiji (va dal 1868, anno della destituzione degli shogun Tokugawa e della restaurazione dell’imperatore, al 1912, ndr). In questo periodo avviene lo svecchiamento del Giappone e l’apertura alla cultura occidentale, con il conseguente e inevitabile processo di contaminazione degli usi e dei costumi locali, tanto cari ai nostalgici. Nel corso della narrazione, emerge il punto di vista dell’autore, piuttosto ambiguo perché lacerato dal contrasto tra conservatorismo e progressismo. Spesso nel romanzo si analizzano le differenze tra la società giapponese arcaica e “incontaminata” e il nuovo contesto nato dall’ibridazione con i valori occidentali. Del resto, “Io sono un gatto” uscì nel 1905 e rappresentò un netto punto di svolta nella letteratura nipponica. Viene unanimamente considerato come il primo romanzo giapponese moderno ed ha, in effetti, tutte le caratteristiche tipiche dei romanzi occidentali. Tuttavia non è facile inquadrarlo in un genere. Si sarebbe tentati a inserirlo nel filone del naturalismo ma la presenza dell’elemento fantastico (un gatto colto) lo riavvicina alla tradizione nipponica. La verità è che Soseki fu sempre caratterizzato da una sorta di ambiguità culturale che permea nelle sue opere e le rende piacevolmente originali. Si può facilmente individuare la struttura circolare dell’intreccio di “Io sono un gatto”: la narrazione si apre e si chiude con due eventi fondamentali nell’esistenza del gatto-narratore. Inoltre, sia all’inizio che alla fine del romanzo si svolge, di fatto, un simposio a casa del professor Kushami. Il secondo è quello più complesso e ricco di contraddittorio. Questi incontri consentono l’esposizione di diversi punti di vista su aspetti della vita quotidiana, della morale pubblica e della cultura generale. Ma soprattutto, consentono al gatto di esternare al lettore i suoi ragionamenti, le sue valutazioni e le sue sentenze. Spesso ci offre punti di vista alternativi ed affascinanti:

[permettetemi di sottoporre al vostro giudizio una mia umile teoria. Nei tempi antichi gli dei venivano considerati onniscienti e onnipotenti, e in quanto tali rispettati. Questo avviene ancora oggi, nel ventesimo secolo, per il Dio cristiano. Tuttavia, quella che viene considerata onniscienza e onnipotenza dall’uomo della strada, da un’angolazione diversa può apparire ignoranza e impotenza. È un paradosso, e se penso che dalla creazione del mondo sono io a enunciarlo per la prima volta, sono tentato di vantarmi di capacità superiori alla media. Quindi ne esporrò qui le motivazioni per ficcare in testa una volta per tutte a quei presuntuosi degli umani che non devono prendere per scemi i gatti.
L’universo intero è stato creato da Dio, così è scritto, pare, in un libro che si chiama Bibbia. Come dicevo, gli esseri umani, dopo aver accumulato per millenni ogni sorta di osservazioni su se stessi, per un senso di profonda meraviglia e incredulità tendono ad attribuire a Dio onniscienza e onnipotenza. La ragione di tanto stupore va cercata nel fatto che nonostante ci sia al mondo una moltitudine inimmaginabile di persone, non ne esistono due con la stessa faccia. Gli elementi necessari a formare una faccia sono ovviamente costanti, e anche le dimensioni variano di poco da una all’altra. In altre parole le facce sono tutte fatte degli stessi materiali, eppure non ne sono venute due uguali. Come non ammirare dunque l’estro e l’abilità di Dio, che con mezzi tanto rudimentali è riuscito a creare una varietà incredibile di fisionomie? Impossibile produrre una tale gamma di variazioni se non si ha una straordinaria capacità immaginativa. Il più eccelso degli artisti, anche sforzandosi fino all’esaurimento della propria ispirazione, riuscirebbe a disegnare dodici o tredici facce al massimo, e alla luce di queste riflessioni non si può fare a meno di meravigliarsi dell’abilità di quel Dio che si è dato la pena di creare da solo gli uomini. È una tecnica conosciuta nella società umana, di conseguenza non può stupire che venga giudicata frutto di un’intelligenza onnipotente. Cosa che ispira agli uomini un sacro timore di Dio, più che plausibile dal loro punto di vista. Nell’ottica di noi gatti tuttavia è comprensibile che queste stesse circostanze provino l’impotenza di Dio. O per lo meno che ci inducano a non giudicarlo superiore agli uomini quanto a inventiva. È vero che ha creato quell’infinità di persone ognuna con una faccia diversa, ma erano differenza da lui progettate fin dall’inizio? Non è che per caso voleva fare delle facce tutte uguali come quelle di noi gatti, ma non riuscendoci alla fine di innumerevoli tentativi è giunto a questa situazione confusa? Non è escluso. La creazione dei volti umani viene celebrata come un successo di Dio, ma al tempo stesso non la si può forse giudicare la prova di un clamoroso fiasco? La famosa onnipotenza, nulla impedisce di considerarla impotenza. Nel volto umano gli occhi stanno uno accanto all’altro su una superficie piatta, quindi per loro sfortuna gli uomini non  possono vedere al tempo stesso a destra e a sinistra, nel loro campo visivo entra solo un lato delle cose. Questa semplice verità si manifesta di continuo, in dimensione più vasta, nella loro società, ma gli uomini, incapaci di comprenderla, hanno perso il lume della ragione e finito con il credere ciecamente in Dio. Se è difficile creare due cose differenti, lo è almeno altrettanto crearne due identiche. Se a Raffaello avessero ordinato due quadri uguali della Madonna, per lui sarebbe stato forse più complicato che non dipingere due Madonne una diversa dall’altra. […] L’apprendimento delle lingue avviene per imitazione: i bambini sentono pronunciare parole d’uso quotidiano dalle madri, dalle balie e da tante altre persone, e le riproducono così come sono senza uno scopo particolare. Cercano con tutte le forze soltanto di imitare gli adulti. Tuttavia in dieci o vent’anni emergeranno alcune differenze di pronuncia, a riprova che gli umani non hanno la capacità di imitare alla perfezione. L’imitazione perfetta è quasi impossibile. Se Dio fosse stato capace di creare gli esseri umani uno identico all’altro, tanto da sembrare fatti con lo stampo, allora sì che avrebbe manifestato la sua onnipotenza! Invece, come possiamo constatare oggi con un senso di vertigine, ha messo sotto la luce del sole tutte le facce che gli sono saltate in mente, provando così senza scampo la propria incapacità.
Ora però non ricordo cosa mi abbia indotto a dilungarmi in questa spiegazione. Ma visto che gli uomini sono i primi a scordare le cose, vorrete ben concedere una piccola dimenticanza a un gatto.”

Non è poi così malcelato l’ateismo di Soseki, così come un certo pessimismo cosmico che viene fuori anche nel finale, quando si ipotizza che l’individualismo possa condurre l’umanità all’isolamento sentimentale e all’estinzione delle unioni matrimoniali. Si tratta di conclusioni estremizzate, forzate opportunamente allo scopo di provocare il lettore e di indurlo alla riflessione. Del resto, Soseki è uno di quegli autori interattivi, capaci di entrare in simbiosi con il pubblico, di condurlo ora sul terreno dell’intrattenimento puro e dell’ilarità, ora sull’arduo pendio del ragionamento filosofico. Più volte nel romanzo Soseki gioca, si diverte, istiga, stuzzica e ingolosisce il suo lettore. Come i grandi maestri del cinema, si concede un cameo, quando i suoi personaggi lo citano, lo criticano e arrivano a definirlo “cretino”. Nel finale, dà ulteriore prova del suo estro artistico inserendo un racconto nel racconto. Per bocca di Kangetsu assistiamo alla vicenda, volutamente prolissa e inconcludente, che lo ha portato all’acquisto di un violino. È un modo per tenere sulle spine il lettore e beffarlo lungo pagine e pagine che suscitano, al contempo, impazienza e sorriso. Ma oltre al divertimento e alla profonda riflessione, ci sono anche i momenti di puro lirismo, le visioni oniriche di un romanticismo sospirato, e un certo ammiccamento sentimentale:

Nell’aroma dell’incenso che brucio per noia,
è la tua anima che esala il fumo del nostro amore?
Oh io, ah io, in questo mondo amaro,
ho solo la dolcezza del tuo bacio ardente.

Non si sfugge alle continue imputazioni del gatto, che fanno emergere le meschinità di noi umani. Una delle scene cruciali è quella in cui Kushami si reca presso un bagno pubblico per beneficiare di abluzioni rigeneranti. Lì gli uomini si denudano delle loro vesti, ma non dei loro difetti, non del loro istinto alla sopraffazione del prossimo, della loro spocchia, della loro superbia darwinistica che li porta a ostentare presunta superiorità.

“Gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai l’uguaglianza.”

Nella suddetta enunciazione c’è la volontà di considerare fallaci le dottrine socialiste? E utopistiche le aspirazioni all’uguaglianza sociale?
Qualunque sia la risposta, il grande merito di Soseki è quello di aver saputo inserire tutte queste tematiche in una narrazione piacevole e leggera. Ne è nato un romanzo allegro e ironico, dunque memorabile. Le innumerevoli citazioni della cultura classica (europea), le dissertazioni letterarie, le speculazioni esistenziali, non risultano mai tediose o ridondanti, prima di tutto perché sono intervallate dal racconto di episodi e situazioni esilaranti, in secondo luogo perché sono esplicitate in maniera arguta e coinvolgente. In tal modo, si passa dal sorridere delle piccinerie del vituperato professor Kushami all’interrogarsi sui più importanti temi del pensiero filosofico. Ma il punto di approdo è sempre, ahimè, la constatazione della miseria umana, a partire proprio dalla vanità:

“Lo specchio è uno strumento che esalta la vanità, è vero, ma al tempo stesso sterilizza l’orgoglio. Non c’è oggetto che istighi maggiormente gli stupidi ad abbellire il loro aspetto esteriore. In due casi su tre, è la causa dei danni che un orgoglioso privo di mezzi arreca a se stesso o ad altri fin dai tempi antichi. L’inventore dello specchio avrà la coscienza sporca, così come si macchió di una grave colpa quel medico che al tempo della rivoluzione francese ebbe la fantasia di inventare una macchina per decapitare la gente. Tuttavia, quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non c’è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha un’immediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E quest’improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile all’essere umano che la percezione della propria stupidità. Davanti a uno stupido che sa di esserlo, tutti coloro che hanno un’alta opinione di sé dovrebbero scusarsi e abbassare la testa per la vergogna.”

È impossibile non notare come le figure femminili del libro siano tutte relegate in secondo piano e non rendano affatto giustizia al loro genere. C’è la moglie del professore, poco intelligente e tanto ignorante da essere spesso presa in giro dal gattoc’è la serva O-san, insensibile e ottusa, c’è la signora Kaneda, la vicina di casa benestante e altolocata di Kushami, la quale risulta oltremodo arrogante e presuntuosa. Ella cade vittima del dileggio di Meitei e del padrone di casa e uscirà sconfitta dalla contesa; c’è Tomiko, figlia dei Kaneda, giovane vanesia e insuperbita; c’è la nipote di Kushami, impertinente e opportunista. Insomma, un campionario di difetti. Tuttavia, non direi che si tratti di esecrabile misoginia, quanto piuttosto della necessità di fotografare in maniera realistica la condizione femminile all’alba del “nuovo Giappone” novecentesco. Anche perché, se le donne non fanno bella figura, gli uomini finiscono per essere aspramente criticati o impietosamente sbeffeggiati dal gatto. Colui che ne fa maggiormente le spese è, manco a dirlo, il padrone. Il gatto conclude la sua psicanalisi decretandone la follia. Tale sentenza avviene analizzando i suoi comportamenti, ma sarebbe (a suo dire) comprovata da alcuni fattori fisici:

“[…] ignaro della mia presenza, continua a esaminarsi gli occhi (allo specchio, ndr).
“Sono iniettati di sangue, devo avere una congiuntivite cronica” dice poi, e con la punta degli indici prende a strofinarsi le palpebre arrossate.
È probabile che gli prudano, ma se ha le palpebre già irritate non deve certo sfregarle con tanta furia. In poco tempo saranno infiammate come quelle di un dentice sotto sale. Risultato: quando alla fine apre gli occhi e si guarda allo specchio, il suo sguardo è velato come il cielo d’inverno nel nord. Bisogna dire che di solito i suoi occhi non sono certo limpidi. Forse esagero, ma quasi non c’è distinzione, se non molto vaga, tra l’iride e il bianco del globo oculare. Come il suo spirito è confuso e incoerente, così gli occhi sono offuscati e vagano in fondo alle orbite, persi per l’eternità. C’è chi dice che sia un difetto dovuto a un avvelenamento quando era ancora nel ventre della madre, chi sostiene che sia una conseguenza del vaiolo, in ogni caso da piccolo è stato tormentato con infusioni di rane e di vermi del salice, ma tutto l’amore della madre non ha potuto impedire che ancor oggi i suoi occhi siano velati come la momento della nascita.  Io però non penso che questa sua condizione sia dovuta a un avvelenamento o al vaiolo. Se gli occhi sono così bui, torbidi e malinconici è perché riflettono le condizioni instabili e annebbiate del suo cervello. Sono i sintomi fisici in cui si manifestano naturalmente l’estrema confusione e l’ambiguità del suo comportamento, quindi tutte le preoccupazioni della sua povera madre erano inutili. Un filo di fumo indica che c’è fuoco, uno sguardo torbido è prova di follia. È possibile che  suoi occhi siano la rappresentazione del suo animo, e poiché il suo animo ha il valore di una moneta bucata […], anche i suoi occhi, come una moneta bucata, non valgono granché.”

Un’altra tematica fondamentale del romanzo è quella dell’individualismo. Da un lato esso conduce all’indipendenza della propria coscienza e all’anticonformismo, dall’altro si paventano i rischi della disgregazione sociale e dell’isolamento:

La coscienza individualista moderna consiste nell’essere troppo consapevoli della differenza esistente tra i nostri interessi e quelli altrui. E con il progredire della civilizzazione questa coscienza diventa più acuta ogni giorno che passa, al punto che non siamo più capaci di fare spontaneamente i gesti più semplici. Un certo Henley ha criticato Stevenson (Robert Louis Stevenson, autore de “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde,ndr) perché quando entrava in una stanza dove c’era uno specchio, ogni volta che ci passava davanti si sentiva obbligato a guardarsi, non era capace di dimenticarsi di sé nemmeno per un istante. Questa storia illustra benissimo la situazione attuale. “Io”, “io”, sempre “io”, che siamo svegli o che dormiamo, ci scontriamo in ogni momento e luogo con quest’io, di conseguenza le nostre parole e le nostre azioni sono diventate artificiali, meschine, limitate. La società è molto più dura di un tempo, passiamo tutte le nostre giornate nello stato d’animo ansioso di due giovani che stiano per fare un “o-miai” (in oriente, incontro organizzato fra due giovani ai fini di un eventuale matrimonio, ndr). Ormai tranquillità e pace sono parole prive di significato. Perché gli uomini della nostra epoca hanno tutti lo spirito di un investigatore. Di un ladro. Scrutare lo sguardo di un uomo credendosi più furbo di lui fa parte del mestiere di un investigatore, ma senza una forte coscienza di sé non ci si riesce. Coscienza di sé che è rafforzata dalla preoccupazione assillante di scoprire chi il ladro, di catturarlo. Oggigiorno, poiché la gente passa il suo tempo a cercare di ottenere vantaggi ed evitare perdite, diventa necessariamente conscia di sé al pari di un investigatore o di un ladro. Siamo oppressi da questa ansia incessante, ventiquattr’ore su ventiquattro, senza conoscere un solo istante di serenità fino al momento di andare nella tomba, questo è lo spirito del nostro tempo. Questa è la “maledizione” della civiltà moderna. Siamo degli stupidi…”

A dimostrazione della profonda conoscenza da parte di Soseki della cultura occidentale e delle sue contraddizioni (l’autore soggiornò diversi anni a Londra per poter studiare e approfondire le sue conoscenze), possiamo riscontrare l’emblematica coincidenza tra il seguente passo di “Io sono un gatto” e le parole di Proust, tratte dalla sua Recherche”:

“Ogni studio che gli esseri umani conducono è una ricerca di se stessi. Il cielo e la terra, i monti e i fiumi, la luna e il sole e le costellazioni tutte non sono che modi diversi per designare se stessi. Se si rinuncia all’Io, non si troveranno altre materie di studio. E se l’uomo potesse uscire dalla propria individualità, nello stesso momento il suo Io sparirebbe. L’unico studio possibile è quello di se stessi, non si può studiare un’altra persona Non è concepibile, anche se c’è chi vorrebbe farlo, e chi vorrebbe essere oggetto di studio da parte di altri.” [Natsume Soseki]

I legami fra una persona e noi esistono solamente nel pensiero. La memoria, nell’affievolirsi, li allenta; e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere vittime, e, con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri, noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente.
[Marcel Proust]

 

Forse, il lettore più esigente potrebbe storcere il naso di fronte alla lungaggine di alcune scene domestiche, alla malriuscita e inverosimile conversazione telefonica della signora Kaneda con un inserviente teatrale, all’improbabile erudizione di un gattino che ha solo un anno di vita, ma tutto ciò è solo un piccolo prezzo da pagare per godersi la lettura di un piacevolissimo romanzo. Soseki si premura di spiegare l’origine della sapienza del suo narratore quadrupede solo nella seconda parte del romanzo, quando esso dichiara di saper leggere nel pensiero e di captare le informazioni elucubrate dalle menti umane attraverso il contatto fra il suo pelo e la pelle delle persone con cui viene a contatto. Un escamotage poco credibile ma in linea con la fascinazione onirica delle tradizionali opere giapponesi.
L’ultima delle sorprese riguarda proprio il gatto e viene presentata nel colpo di scena finale, che vi sconsiglio di perdervi.

Orazio C.

Curiosità: Haruki Murakami dedica un passo del suo “Kafka sulla spiaggia” al gatto di Soseki. C’è un capitolo in cui i gatti parlano tra loro. Con molta ironia e un linguaggio più fanciullesco che colto, si ricrea l’idea di Soseki.