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Dieci minuti al Bresbot

Loredana dirigeva Entheos, una casa editrice romana che pubblicava libri molto diversi tra loro: alcuni raffinati e appartati, altri capaci di vendere migliaia di copie e comparire nelle classifiche. Per questo aveva sviluppato una rara qualità editoriale: riuscire a passare, nella stessa settimana, da una riunione sui diritti internazionali a una presentazione in un paese della bassa padana senza modificare l’espressione del viso.

Quella domenica 14 giugno partì da Roma insieme a sua sorella per raggiungere Bressana Bottarone, dove alle 16 era prevista la presentazione di La Stilografica sotto il Camice, una raccolta di racconti scritti da veterinari italiani.

Il treno arrivò alle 14 precise.

Scesero sulla banchina.

La stazione di Bressana Bottarone sembrava uscita da un vecchio film di Don Camillo. Due binari e mezzo, un edificio basso e tranquillo, il silenzio afoso della provincia e quell’aria da Italia eterna che resiste ostinatamente ai decenni. Mancavano soltanto una bicicletta appoggiata al muro e il parroco che discuteva con il sindaco per completare il quadro.

L’aria profumava di erba tagliata e di estate padana.

Loredana aprì Google Maps.

Il responso fu immediato.

Bresbot B&B: 10 minuti a piedi.

“Perfetto” disse.

“Perfetto” disse sua sorella.

Con due trolley e il sereno ottimismo di chi crede alla tecnologia, si misero in cammino.

Dopo dieci minuti il Bresbot non c’era.

Dopo venti minuti non c’era ancora.

Dopo trenta minuti cominciarono a nutrire il sospetto che il Bresbot fosse un concetto filosofico più che una struttura ricettiva.

La strada attraversava campi di mais, fossi, cascine lontane e pioppi immobili sotto il sole.

Google Maps continuava a parlare con la sicurezza di chi non aveva mai camminato sotto quel sole.

“Proseguire diritto!”

“Diritto verso dove?”

“Credo verso il prossimo raccolto.”

Alle 14:45 fermarono un uomo che stava caricando cassette su un furgone.

“Scusi, il Bresbot è lontano?”

L’uomo si tolse il cappellino.

“A piedi?”

“Sì.”

“Ah.”

Quella risposta sembrava ricorrente.

“Google dice dieci minuti.”

L’uomo guardò il telefono con la stessa espressione con cui si guarda un parente che sostiene di aver visto un UFO.

“Dieci minuti?”

“Sì.”

“In Ferrari?.”

“Forse guidata da Hamilton?”

“Neanche lui sarebbe tranquillo.”

Ripresero il cammino.

Alle 15:05 il sole sembrava voler partecipare alla presentazione in qualità di antagonista.

Alle 15:10 Loredana iniziò a fare rapidi calcoli editoriali.

Presentazione alle 16.

Arrivo ignoto.

Distanza ignota.

Destino ignoto.

Alle 15:15 il telefono squillò.

Era uno degli organizzatori.

“Tutto bene?”

“Siamo in viaggio.”

“Dove?”

Loredana osservò il panorama.

Campi. Un canale. Altri campi. Un trattore. Molti campi. Una lepre che pensava di essere il Bianconiglio.

“È difficile essere precisi.”

“State arrivando?”

“Dipende da cosa intende per arrivando.”

Pochi minuti dopo comparve una Toyota ibrida color grigio polvere, ma che era stata venduta come bianca.

L’auto rallentò.

Il finestrino si abbassò.

Al volante c’era uno dei veterinari autori del libro. Sembrava la versione low cost del Dr. House.

“Siete quelle di Entheos?”

“Sì!”

“Salite subito.”

L’interno della Toyota raccontava una vita professionale intensa.

C’erano peli. Molti peli. Peli di origine canina, felina e probabilmente anche metafisica.

Sul cruscotto si trovavano ricevute, appunti, penne, fogli piegati, un guinzaglio e qualche misterioso oggetto veterinario impossibile da identificare. Ovunque erano sparse minuscole tracce di cenere di sigaro, come se l’automobile fosse stata attraversata negli anni da una serie di sigari meditativi consumati durante lunghi ragionamenti sulla salute dei bovini.

“Quanto manca?” chiese la sorella.

“In auto cinque minuti.”

“E a piedi?”

Il veterinario rifletté.

“Dipende.”

“Da cosa?”

“Da quanto credete ancora a Google.”

Partirono.

Cinque minuti dopo apparve il Bresbot.

O meglio, apparve una piccola oasi di verde in mezzo alla campagna della bassa pavese. Alberi, fiori, ombra, silenzio e quella sensazione rara di essere finiti per errore in un luogo dove nessuno aveva fretta.

Il proprietario accolse le due sorelle con un sorriso tranquillo e pacioso.

A guardarlo bene, bisognava essere un po’ spanati per aprire un bed and breakfast così accogliente in un minuscolo paese della pianura. Non spanati nel senso clinico del termine, ma in quel modo speciale che appartiene agli idealisti, ai sognatori ostinati e a quelli che, invece di seguire il consiglio degli esperti, seguono il proprio.

Mentre il mondo investiva in metropoli, centri commerciali e piattaforme digitali, lui aveva deciso di creare una piccola oasi di verde a Bressana Bottarone. E, a giudicare dal risultato, aveva avuto ragione lui.

Cinque minuti dopo ancora arrivarono alla sede della presentazione.

Erano quasi le 16.

I veterinari erano presenti.

Gli autori pure.

I lettori stavano arrivando.

L’atmosfera era allegra e informale.

Si parlò di animali, professione, umanità, emergenze improbabili, cani eroici, gatti dispotici e cavalli dotati di una dignità superiore a quella di molti esseri umani.

Il pubblico rise spesso.

Qualcuno si commosse.

Qualcuno comprò il libro.

Qualcuno raccontò una storia ancora più strana di quelle contenute nel volume.

Alla fine un veterinario osservò:

“Gli animali non mentono mai.”

Dal fondo della sala un cane abbaiò una sola volta.

Sembrò un’approvazione ufficiale.

Quando la giornata terminò e la tensione si sciolse in un aperitivo, Loredana raccontò l’avventura del viaggio.

“Google Maps sosteneva che il Bresbot fosse a dieci minuti dalla stazione.”

I presenti scoppiarono a ridere.

Uno degli abitanti del paese alzò il bicchiere.

“Google ragiona in chilometri.”

“E voi?”

“Noi ragioniamo in pianura padana.”

E nessuno sentì il bisogno di spiegare la differenza.

 

Luigi Venco