La giuria – un racconto semiautentico
La riunione finale del Concorso Letterario “La Stilografica sotto il camice” aperto a tutti i veterinari italiani iniziò alle nove del mattino nella saletta dell’Ordine dei Veterinari, tra un distributore di caffè con depressione cronica e un ficus morto nel 2018 ma mai ufficialmente dichiarato tale. Perse ogni rapporto con il tempo verso le undici e venti, subito dopo il quarto caffè e il primo litigio sul significato narrativo di un bovino silenzioso.
Sul tavolo della giuria troneggiavano centododici racconti arrivati da tutta Italia: storie di cavalli malinconici, iguane mistiche, veterinari innamorati, gatti filosofi, parrocchetti anarco-sindacalisti e almeno undici racconti intitolati L’ultimo respiro del labrador.
La giuria sedeva in semicerchio come un conclave stanco.
Mauro leggeva con calma, senza teatralità, annotando poche parole essenziali su un quaderno nero. Ogni tanto sollevava gli occhi e riportava tutti a terra.
“Qui c’è una bella idea “diceva. “Però l’autore si innamora troppo delle proprie metafore.”
Oppure: “Questo racconto non urla mai, e proprio per questo resta in testa.”
Quando gli altri si perdevano in discussioni laterali, Mauro riusciva sempre a ricondurre il dibattito ai racconti, ai personaggi, alla voce degli autori. Parlava poco, ma quando parlava persino il distributore automatico sembrava ascoltare.
Elena aveva diviso i testi in pile con etichette minacciose: “Promettenti”, “Derivativi”, “Punire severamente”. Correggeva le virgole a matita anche sulle fotocopie.
“Ci sono dei momenti” esordiva ogni volta “in cui un punto e virgola può salvare un personaggio.”
Nessuno capiva davvero cosa intendesse, ma tutti annuivano prudentemente.
“Ci sono dei momenti in cui un participio presente va abbattuto come un cavallo con la zoppia.”
Giulio aveva preso appunti incomprensibili su un taccuino pieno di frecce e diagrammi.
“Il vero tema ricorrente” disse a un certo punto “non è la cura animale. È la solitudine dell’uomo davanti alla cartella clinica.”
Seguì un silenzio rispettoso, interrotto soltanto da Flavio che stava cercando di aprire un krumiro con un temperamatite.
Flavio leggeva ad alta voce certi passaggi per “sentirne la temperatura linguistica”.
“Questo dialogo funziona benissimo in italiano “spiegò “ma morirebbe in finlandese. E una buona frase non deve morire facilmente.”
Nessuno seppe controbattere.
Felice, vicepresidente dell’Ordine dei Veterinari di Pavia, aveva preparato una cartellina colorata con regolamento, verbali, evidenziatori e biscotti secchi.
Era l’unico a sapere sempre dove fosse il modulo corretto.
“Scusate “disse con gentilezza burocratica “il racconto numero 64 ha allegato due sinossi differenti. Una delle due contiene un lama.”
“E nell’altra? “chiese Mauro.
“Un furetto introspettivo.”
“Teniamo il lama” concluse Mauro.
Verso sera la giuria era sopravvissuta a tutto: ai racconti scritti interamente al passato remoto, a una metafora di cinque pagine sulla sterilizzazione dei conigli, e a un thriller veterinario ambientato quasi completamente in sala d’attesa.
Alla fine rimasero in otto.
Otto racconti diversi, storti, teneri, comici, feroci. Alcuni imperfetti, altri lucidissimi. Tutti vivi.
Mauro guardò gli altri giurati e sorrise appena: “Credo che ci siamo”
Elena sistemò una virgola sull’ultima scheda.
“Ci sono dei momenti “disse piano “in cui la letteratura riesce ancora a sorprendere”.
Perfino Giulio annuì senza aggiungere nulla, il che per lui equivaleva a una standing ovation.
Fuori era già buio. Dentro, tra pile di fogli, tazze vuote e briciole di krumiri, gli otto vincitori aspettavano ancora di scoprirsi tali.
E da qualche parte, in mezzo ai racconti esclusi, un furetto introspettivo continuava silenziosamente ad osservarli.