La rivoluzione del dialogo
La parola “dialogo” deriva dal greco διάλογος (diá-logos), ed è formato da diá, cioè attraverso, tra, nel mezzo e logos, ossia ragione, significato e/o parola. Insomma, la definizione sta nella parola stessa.
Che cos’è, il dialogo?
Ho sbagliato domanda. Oggi, la giusta domanda da fare è: CHE COSA NON È, IL DIALOGO? Ed ecco ciò che non è:
– il dialogo non è un monologo. O un doppio monologo, dove uno parla di ciò che gli preme (o crede di premergli) e l’altro pure. Nessuno ascolta.
– il dialogo non è un duello in cui ci si batte a suon di argomentazioni sciocche per avere l’ultima parola – anch’essa sciocca. Nessun incontro in mezzo. Nessun punto d’incontro.
– il dialogo non è un attacco in cui si azzanna l’altro per aver espresso un’opinione, prima di averla persino capita. Nessun logos.
– il dialogo non è un modo di esprimere il proprio ego, un ego frustrato, gonfiato a dismisura da insicurezze, limiti e conflitti interiori irrisolti. Nessun interesse per l’altro.
– il dialogo non è chiusura, chiusura mentale né del cuore, dove ognuno resta intrappolato nella propria certezza del nulla. Niente confronto.
– il dialogo non è barriera che blocca le possibilità, l’interrogativo, la ricerca della risposta. Nessuna esplorazione.

Il dialogo misterioso, Giorgio de Chirico – Olio su tela, 1973
I social: l’agorà dell’aggressività
Parlare “contro” è più facile che parlare “con”. Urlare è più facile che ascoltare. Sciorinare opinioni è più facile che comprendere. L’algoritmo premia e incentiva il conflitto, le masse amano il tifo da stadio. La disinformazione, le fake news e miocuggino fanno il resto. Comunque, criticare l’assenza di dialogo sui social è come sparare sulla Croce Rossa e allora propongo l’esercizio inverso: proviamo a trovare qualche lato positivo dei social riguardo al dialogo! Cioè, provateci voi.
Siamo d’accordo di essere in disaccordo
Il dialogo è, prima di tutto, l’arte di ascoltare. Poi tocca buttare le basi per il terreno in comune, il diá, appunto. In questo modo si crea il rapporto, la relazione. Poi arriva la parola. E si torna all’ascolto: ci si mette al posto dell’altro, si prova a comprendere il suo punto di vista, si scava alla ricerca del perché di una certa opinione, si analizza il concetto, le sue ragioni e i punti di eventuale contrasto.
Non è roba da dilettanti, il dialogo. Oltre l’empatia, la pazienza e la volontà di capire, occorre anche padroneggiare la finissima arte di essere d’accordo anche nel disaccordo, costruendo così la fiducia e il rispetto dell’interlocutore.
La rivoluzione del dialogo
Alla luce di queste considerazioni, riscoprire il dialogo, oggi, è un atto rivoluzionario. Scegliere la lentezza in un mondo che vortica, oh lumi! Accettare il rischio di non aver sempre ragione, per aprirsi alla verità. Accantonare le proprie certezze per far spazio all’altro. È praticamente some essere in prima fila per l’assalto alla Bastiglia, metaforicamente parlando.

Presa della Bastiglia, Jean-Pierre-Louis-Laurent Houel – Acquarello, 1789
Un ottimo metodo per scoprire, usare e affinare il dialogo è il mondo dei libri. Chi li scrive immagina di dialogare con chi li legge e chi li legge dialoga con i personaggi per dialogare, in realtà, con se stesso. È una rivoluzione in cui vincono tutti.
“Per Zeus!”, dissi io. “Se il male sparisce, non ci sarà né fame né sete né altri mali simili? O la fame ci sarà, se ci sono gli uomini e gli altri esseri viventi, ma non sarà dannosa? E la sete e gli altri desideri ci saranno, ma non saranno cattivi, poiché il male è scomparso? O è ridicolo chiedersi cosa ci sarà o non ci sarà allora? Infatti chi può saperlo? Ma questo dunque sappiamo, che avere fame può essere ora dannoso, ora utile, o no?”
“Certo”.
“Dunque avere sete e tutti gli altri desideri di questo genere talvolta possono essere utili, talvolta dannosi e talvolta né l’uno né l’altro?”
“Certo”.
“Pertanto se i mali spariscono, perché devono scomparire con essi anche le cose che non sono mali?”
“Per nessun motivo”.
“Dunque se i mali spariscono, ci saranno i desideri che non sono né buoni né cattivi”.
“Sembra”.
“E dunque possibile che chi desidera e ama non sia amico di chi desidera e ama?”
“Non mi sembra”.
“Dunque, a quanto pare, ci saranno alcune cose amiche, anche se i mali spariscono”.
“Sì”.
“E se il male fosse causa dell’amicizia, sparito questo, una cosa non potrebbe certo essere amica di un’altra: infatti, venuta meno la causa, sarebbe impossibile che esistesse ancora ciò di cui questa era la causa”.
“Dici bene”.
“Dunque noi avevamo convenuto che ciò che è amico ama qualcosa e a causa di qualcosa: e allora non avevamo creduto che ciò che non è né buono né cattivo amasse il bene a causa del male?”
“È vero”.
“Ora, invece, a quanto pare, sembra essere altra la causa dell’amare e dell’essere amato”.
“A quanto pare”.
“Dunque realmente, come dicevamo poco fa, il desiderio è causa dell’amicizia, e ciò che desidera è amico di ciò che è desiderato, quando lo desidera, mentre ciò che prima dicevamo essere amico era una chiacchiera o una sorta di un lungo elaborato poema?”
“Forse”, disse.
“Tuttavia”, dissi, “ciò che desidera desidera ciò di cui è privo, o non è così?”
“Sì”.
“E quindi ciò che è mancante è amico dì ciò che manca?”
“Così credo”.
“Ed è privo di ciò che gli è stato eventualmente sottratto”.
“E come no?”
“Allora, a quanto pare, l’amore, l’amicizia e il desiderio lo sono di ciò che è proprio, come sembra, Menesseno e Liside”.
Assentirono.(Platone, Liside)