Don Chisciotte della Mancia di M. de Cervantes – recensione
“Chi è pazzo, se non colui che cerca di cambiare il mondo?”
È proprio al termine di romanzi come “Don Chisciotte della Mancia” che mi sovvengono molti interrogativi. Mi chiedo se tutte le analisi, le recensioni, le interpretazioni, le discussioni e i significati che letterati e non hanno elaborato dopo la lettura di testi come questo, siano davvero pertinenti o un semplice sfoggio di erudizione personale o una forzata ricerca di significati velati fra le pagine. Mi pongo la domanda: “Cervantes avrebbe davvero voluto dire questo?”. Magari a lui è bastato scrivere una bellissima e divertente storia su un cavaliere, perché gli mancava la letteratura cavalleresca o perché aveva i sensi ormai assuefatti da tali storie. E poi, mi dico, magari Don Chisciotte è solo un personaggio che veicola sentimenti nostalgici di purezza e di onore, da sempre denigrati e considerati simbolo di debolezza, di stoltezza.
“La libertà, Sancho, è uno dei più preziosi doni che il cielo abbia concesso agli uomini.”

1955, disegno di Pablo Picasso
Ho amato profondamente il nostro eroe, sì, eroe. Ho amato la sua perseveranza nell’essere ciò che è a dispetto di tutti. Ho apprezzato la sua coerenza nell’agire secondo alti principi, immune alle critiche e alle derisioni. Chi ha il coraggio, oggi come allora, di vivere così? Di vivere al di là dei diktat sociali? Chi ha il coraggio di vivere il proprio sogno, nonostante tutto e tutti? Alcuni di voi mi diranno: “ma i mulini a vento non erano una vera minaccia e nemmeno tutte le altre interpretazioni della realtà”. Sì, vero. Sarebbe stato più bello, però, se lo fossero stati. Una vera avventura, un sogno che diventa realtà, quella realtà grigia e insulsa che ci circonda costantemente. Un mondo dove i bruti brillano di onore e i buoni vengono continuamente vessati. La realtà, diciamocelo, fa pietà, da qualsiasi prospettiva la si osservi o la si analizza.
Ambientazione di “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes
Ciò detto, è bene approfondire un po’ l’importanza di quest’opera letteraria, suddivisa in due parti: la prima del 1605 e la seconda del 1615, che è considerata non solo la più influente della letteratura spagnola di ogni tempo, ma anche e soprattutto un capolavoro di quella mondiale. Tutti conoscono le più famose avventure di Don Chisciotte, di sicuro le imprese più stravaganti. Non molti, tuttavia, hanno ben chiaro i dettagli che fanno di questo romanzo corale il capolavoro che è. Infatti, è considerato la prima opera di narrativa moderna per la sua struttura complessa, l’uso del metaracconto e per l’esplorazione profonda dell’identità e della percezione della realtà. Il contesto storico nel quale si incastona questa “pietra preziosa” è quello definito “Secolo d’Oro” spagnolo, un periodo di grande fioritura culturale, ma anche di declino politico ed economico per la Spagna. A cavallo tra il XVI e il XVII secolo, il paese era una potenza globale con vaste colonie, ma soffriva di crisi interne, guerre costose e un crescente divario sociale. Miguel de Cervantes stesso visse una vita travagliata: fu soldato, rimase prigioniero per cinque anni ad Algeri, lavorò come esattore delle tasse e subì problemi economici per tutta la vita.

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Miguel de Cervantes, engraving by E. Mackenzie after Gregorio Ferro and Fernando Selma
Era anche il periodo in cui la famosa letteratura cavalleresca era ormai considerata anacronistica, visti i tempi che stavano così profondamente mutando. L’opera nasce, appunto, come parodia dei romanzi cavallereschi. Don Chisciotte, un hidalgo ossessionato dalla lettura di queste storie, decide di diventare un cavaliere errante per riportare giustizia nel mondo, ma la sua visione idealizzata si scontra con la realtà, creando un contrasto tragico e comico. Il suo fedele scudiero, Sancho Panza, è il contrappunto realistico e terreno alle sue illusioni; la sua ingenuità, la sua mitezza e il suo timore costante, nonché la sua ignoranza, tipica di un livello sociale medio basso, lo rendono il compagno ideale per Don Chisciotte.
Temi di “Don Chisciotte della Mancia”
Il romanzo si sviluppa attraverso avventure ricche di umorismo, malinconia e riflessioni filosofiche; è facile passare dal sorriso, alle lacrime e, perché no, al chiudere il libro e riflettere su quanto letto. Da qui, infatti si ritorna all’incipit di queste mie riflessioni: è davvero, Don Chisciotte, una caricatura oppure è un personaggio attraverso il quale dimostrare che la perdita di principi porta inesorabilmente verso un decadimento morale e civico irrimediabile? Cervantes giocava a lungo con questo “ossimoro” di una finzione reale, di una realtà fantastica e lo faceva su più livelli: l’uso del metaracconto, ossia di una narrazione che riflette su sé stessa, sul processo della propria creazione, sulle convenzioni narrative o sulla figura dell’autore; è un elemento autoriflessivo, spesso utilizzato per rompere la “quarta parete” tra il testo e il lettore; Cervantes è solo (e per finzione) il traduttore di un manoscritto arabo che narra, per l’appunto, delle gesta di questo fantomatico Don Chisciotte. Questa tipologia di narrazione viene poi resa palese ai protagonisti nel secondo volume, che scoprono di essere i personaggi principali del romanzo: in questo modo l’autore mette in discussione il confine tra autore, testo e lettore e questo stratagemma è il tramite per suscitare una riflessione sulla verità narrativa e sul ruolo della letteratura nella rappresentazione della realtà.
Un altro espediente è l’uso del racconto nel racconto: Cervantes, all’interno dell’opera, intreccia storie estranee, ma che si collegano alla trama principale, per rafforzare i concetti di passione, onore, follia, inganno, idealismo e realtà. Oltre a questo, l’autore spazia dal romanzo prettamente cavalleresco al quello pastorale, alla novella sentimentale, all’avventura e persino a elementi storici, creando perciò un’opera ricca e poliedrica, che mostra altre sfaccettature della società e della psicologia umana, ampliando il mondo narrativo del libro (dei libri, a dire il vero). Lo stile è fluido, accessibile ed elegante, la lettura ha un ritmo costante e piacevole, nonostante la mole di pagine, si procede con facilità.
Riflessioni
“Non c’è libro così cattivo che non contenga qualcosa di buono.”
A dire il vero, una piccola pecca l’ho trovata ed è racchiusa nel secondo volume, che ho percepito un po’ forzato: alcune avventure (come quella di Clavileño o delle finte missioni) mi hanno dato una impressione di “eccessivo” e “ripetitivo” rispetto al primo volume, come se Cervantes abbia prolungato il racconto senza aggiungere molto di nuovo. Non so se sia così noto, ma il secondo volume fu scritto da Cervantes in risposta al Don Chisciotte apocrifo di Avellaneda, pubblicato nel 1614, un anno prima della seconda parte autentica. Questo testo non autorizzato aveva presentato una versione alternativa delle avventure di Don Chisciotte, spingendo Cervantes a riprendere il suo personaggio con urgenza, forse per riaffermare il suo controllo sull’opera e contrastare l’apocrifo. È certo, del resto, che il secondo volume ha offerto non pochi spunti di riflessione, poiché le parti più ironiche e “leggere” sono meno frequenti e il registro narrativo è leggermente diverso. La consapevolezza di Don Chisciotte e Sancho di essere diventati celebri come personaggi letterari, per esempio, è un tocco geniale che rafforza l’aspetto metanarrativo del romanzo. Tuttavia, questa svolta introduce un tono più intellettuale e talvolta artificioso rispetto al primo volume, che si concentrava maggiormente su avventure e parodie più spontanee.
Nel secondo volume, Cervantes non si limita a raccontare una storia: riflette sul concetto stesso di narrazione, sull’identità degli autori e sul rapporto tra finzione e realtà. Questo approccio può sembrare più “costruito” rispetto alla freschezza e alla spontaneità del primo volume. Il secondo volume ha il merito di spingere il romanzo verso nuove frontiere, introducendo elementi metanarrativi, appunto, e approfondendo i personaggi. Tuttavia, in alcuni passaggi, si percepisce una certa artificiosità e ripetitività, forse dovuta alle circostanze in cui Cervantes si trovò a scriverlo. In definitiva, il secondo libro può risultare meno spontaneo, ma è comunque fondamentale per comprendere il percorso completo di Don Chisciotte: dalla gloria illusoria alla caduta nella realtà, in un modo che riecheggia la condizione umana stessa. Ed è proprio la fine, il punto fermo con il quale l’autore mette a tacere per sempre l’amato Don Chisciotte, che riporta il lettore alla realtà, ad alzare gli occhi dal romanzo, a guardarsi intorno e a comprendere che, molto probabilmente, la fantasia è un sereno rifugio. I libri hanno in sé questo dono: di portare alla luce la realtà attraverso ironia, artificio, stile e di far rifuggire da tale realtà a un mondo fantastico dove tutto è “risolvibile”. Ed è questo, invece, il punto bello del secondo volume: la fine tragica del protagonista, che perde le sue illusioni e realizza che il mondo intorno a lui non è lo stesso che aveva sognato, amato, vissuto e affrontato. Si rende conto che non può sopravvivere a una tale delusione, che l’abito del tempo gli va stretto, che i cattivi sono davvero cattivi, che la speranza è una spada di carta e il coraggio una parola vergata sulla terra pronta all’aratura.
Conclusioni
Alla fine il nostro cavaliere muore come un uomo qualunque, lasciando un vuoto sia nei personaggi che nei lettori; e Cervantes sembra chiudere definitivamente ogni possibilità di continuazione (anche per scoraggiare altri tentativi apocrifi), ma lo fa con un tono che trasmette la bellezza e la tragicità del sogno umano. Questo contrasto tra la leggerezza di molte avventure e la tristezza del finale conferisce al secondo volume una profondità emotiva che non sempre è presente nel primo e lascia il lettore meditabondo e solo.
“Finché gli uomini vorranno essere eroi, ci sarà sempre bisogno di romanzi.”
Giorgia Golfetto