• No products in the cart.

“Cime Tempestose” di Emily Brontë – trama e recensione

Un’altra sorella Brontë e la più cupa, oserei dire; mancandomi Anne è difficile poter mettere a paragone i vari lavori, per cui mi limiterò a parlarvi delle mie impressioni a questo tragico e complesso romanzo e, talora, a porre qualche riferimento a quello della sorella Charlotte: Jane Eyre.

Ho letto il libro incuriosita, come lo sono sempre, dal fatto di voler notare le differenze – sempre ciclopiche e mai scontate – tra il film e il testo originale dal quale è tratto. E “tratto” è il termine corretto.

È bene sottolineare che, a differenza del film, nel libro non ho trovato alcuna traccia di amore, se non quello che circonda i due protagonisti, ma che non lo riguarda nello specifico come amanti. Non è una storia d’amore, sia ben chiaro, e se lo è – se questo era l’intento di Emily –, direi che si tratta di un amore malato, non convenzionale.

Detto ciò, è doveroso contestualizzare l’opera, che fu scritta nell’era vittoriana e che ne preserva in modo più deciso i tratti, rispetto a “Jane Eyre”, pubblicato dalla sorella Charlotte nello stesso periodo.

“Cime Tempestose” è decisamente meno romantico, con una narrazione più incentrata sulla realtà tale e quale, senza una vena di palese denuncia o di abbellimento della stessa; contiene dei tratti gotici moderni, quali le ambientazioni cupe, gli episodi paranormali, di cui Edgar Allan Poe ne diverrà poi esponente massimo, e non contiene un finale dichiaratamente positivo, ma ne preserva l’alone.

La trama di “Cime Tempestose”

Una storia triste e tormentata, ambientata in luoghi altrettanto tetri e ostili, tra i quali spicca, per l’appunto, Wuthering Heights (cime tempestose di nome e di fatto). Un luogo isolato e dal paesaggio selvaggio, la dimora principale su cui nascono, crescono ed evolvono – o involvono – le vicende dei vari personaggi, tra cui troviamo lo spietato Heathcliff e la tremenda Catherine Earnshaw, nonché i protagonisti di quella che i più definiscono “storia d’amore” e a cui io darei un aggettivo più su misura: storia di una ossessione.

A parte i due uccelli del malaugurio, ci sono il dolce e troppo buono Edgar Linton, a cui Catherine ruberà l’anima e Heathcliff la calpesterà.

La sorella buona del buono: Isabella Linton, che farà una brutta fine, forse la più brutta tra tutte.

Mr. Lockwood voce narrante delle vicende e che a volte lascia la parola a Nelly, la governante delle due proprietà di Wuthering Heights e di Thrushcross Grange, altro teatro di avvenimenti cruciali, ma meno “oscuri”. Nelly è anche l’unica sopravvissuta e residente che abbia assistito a tutte le amare vicende, quindi è lei – a tratti – la voce narrante.

E poi ci sono i fratelli Hindley e Hareton Earnshaw, che periranno come altri sotto la ferocia distruttiva e calcolatrice di Heathcliff.

Alla fine, non del romanzo, troviamo Linton Heathcliff e Catherine “Cathy” Linton. Chi essi siano è bene che lo scopriate da soli.

Avete notato come tutti abbiano un cognome o un soprannome o un titolo? Tutti tranne lui: Heathcliff. Trovatello che viene soccorso e aiutato, per poi soffrire le invidie di uno dei fratelli Earnshaw e a pagarne i frutti a caro prezzo, e a gustare, tuttavia, le carezzevoli attenzioni di Catherine, donna forte e ribelle, che ho detestato in ogni sua sfumatura.

Heathcliff rimane semplicemente Heathcliff, solamente Heathcliff. Solo, così come è stato scovato a inizio romanzo. Solo, con la sua rabbia e il suo egoismo. Solo, con la sua imperfezione e il suo rifiuto per un mondo che lo ha rigurgitato fin dal suo primo vagito.

Una punizione divina per se stesso e per tutto quello con cui è entrato in contatto, sia esso uomo, donna, casa o animale.

Tutto perisce, quando l’unico motivo di vivere coincide con un piano di vendetta che trova sollievo solo nella morte.

 «Non lo è ?» ribattè ella; «è la migliore! Le altre miravano a soddisfare i miei capricci, e a soddisfare quelli di Edgardo; ma in realtà tutto è per amore di uno solo che riunisce nella sua persona i miei sentimenti verso Edgardo e verso me stessa. Non so spiegarmi: ma certamente tu pure hai un’idea; sai come chiunque altro, che c’è o ci dovrebbe essere un’esistenza al di là di noi stessi? A che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ragione di vivere per me è lui. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io continuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e lui fosse annientato, l’universo si cambierebbe per me in un’immensa cosa estranea; non mi parrebbe più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame del bosco; il tempo lo muterà, ne sono sicura, come l’inverno muta gli alberi; il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così non parlare più della nostra separazione: è impossibile, e…» Ella si tacque, e nascose il volto nelle pieghe della mia gonna; ma io gliela strappai via con forza. Non avevo più pazienza per le sue follie! «Se posso cavare qualche senso dalle tue parole, Caterina,» dissi, «esso serve solo a convincermi che ignori del tutto i doveri che ti assumi sposandoti; o che altrimenti devi essere una ragazza ben cattiva e senza principii. Ma non stare ad annoiarmi con altri tuoi segreti; non ti prometto di mantenerli.»

Incisione di Fritz Eichenberg per “Cime tempestose”

I temi di “Cime Tempestose”

Tutto il romanzo ruota intorno alle vicende di Catherine e Heathcliff e dei personaggi di cui loro si nutrono per poi distruggerli, l’uno per vendetta e l’altra per egoismo. Questa almeno l’impressione suscitata dalla lettura, ma a libro terminato, quando tutte quelle emozioni, forti e dirompenti scaturite dai personaggi e vissute da lettrice, si sono acquietate e depositate sul fondo dell’anima, un’altra idea ha preso vita in me.

Essere meri giudici di un testo, di un film, di una situazione a cui si assiste e persino di una persona è un atteggiamento estremamente superficiale. Per avere un’idea completa – una propria idea – è necessario scendere nei panni di chi o di cosa abbiamo di fronte per poter comprendere; il giudizio, così procedendo, viene meno e rimane figlio di una consapevolezza globale meno egocentrica.

Ho messo in pausa questo “odio” per l’opera tutta, ho preso tempo.

Quindi, ho fatto qualche ricerca per comprendere meglio la storia di Emily Brontë e, sebbene simile a quella di Charlotte, ne è anche totalmente diversa.

Là dove l’una cerca un modo per amare, l’altra trova un modo per scatenare una guerra pur di dare a quell’amore una vita propria, scevra da etichette.

Emily mi è apparsa più fragile a livello psicologico ed emotivo, tuttavia ho percepito, leggendo un po’ la sua storia travagliata, una tenacia di fondo – braci ardenti sotto la cenere. Ho sentito che in Heathcliff e anche in Catherine c’è qualcosa di Emily: quel fuoco passionale e istintivo, che in quegli anni era soffocato da una morale rigorosa (le Brontë sono figlie di un curato, particolare non trascurabile).

 «È una ben povera conclusione, non è vero?» osservò dopo aver meditato un poco sulla scena che aveva appena veduta; «una fine assurda di tutti i miei piani di vendetta. Mi fornisco di leva e piccone per demolire le due case e mi agguerrisco per poter esser capace di lavorare come un Ercole, e, quando ogni cosa è pronta, e in mio potere, trovo che la volontà di sollevare una sola tegola da uno qualsiasi dei due tetti è  svanita! I miei vecchi nemici non mi hanno vinto, ora sarebbe il momento debito di rivendicarmi sui loro rappresentanti, sono in grado di farlo e nessuno sarebbe in grado di impedirmelo. Ma a qual fine? Non ci tengo a colpire; non posso prendermi il disturbo di alzare la mano! Questo può far supporre che io abbia faticato tutto questo tempo per dar poi spettacolo d’un bel gesto di magnanimità. Non è affatto il caso: ho perso la facoltà di godere della loro distruzione, e sono troppo indolente per distruggere inutilmente. Nelly, si avvicina uno strano mutamento: sto nella sua ombra, ora. Prendo così poco interesse alla mia vita quotidiana che quasi dimentico di mangiare e di bere. Quei due che poco fa hanno lasciato la stanza, sono i soli esseri che possiedano per me un aspetto reale, il mio proprio aspetto mi causa una pena che cresce fino all’angoscia. Di lei non voglio parlare, non desidero nemmeno pensarci, ma vorrei veramente non vederla più: la sua presenza rievoca soltanto folli sensazioni. Lui mi commuove in altro modo, eppure se potessi non vederlo più, senza sembrare demente, lo farei. Penseresti forse che sono avviato a diventarlo,» aggiunse, sforzandosi di sorridere, «se mi provassi a descriverti le mille forme di immagini e di pensieri del tempo passato che lui risveglia o personifica per me. Ma tu non parlerai di quel che ti dico, e la mia mente è così concentrata in se stessa che, alla fine, è una tentazione irresistibile poter riversarla tutta in un’altra. Poco fa Hareton sembrava la personificazione della mia giovinezza, non un essere umano. I sentimenti che mi s’agitavano nell’animo per lui erano così vari che non avrei saputo parlargli ragionevolmente. In primo luogo la sua impressionante somiglianza con Caterina lo associava terribilmente a lei. Contrariamente, tuttavia, a quel che puoi credere non è questa la cosa che ha il maggior potere d’incatenare la mia immaginazione, perché che cosa nella mia mente non è associato a lei? e che cosa non me la ricorda? Non posso guardare questo pavimento senza vedere i suoi lineamenti raffigurati nelle pietre! In ogni nube, in ogni albero, riempiendo l’aria la notte, e balenando in ogni oggetto il giorno, io sono circondato dalla sua immagine! Nei volti più comuni di uomini e donne, nei miei stessi lineamenti, trovo una fugace somiglianza con lei. L’intero mondo è una spaventosa raccolta di rimembranze della sua esistenza e della sua perdita. Bene, l’aspetto di Hareton era lo spettro del mio amore immortale, dei miei selvaggi tentativi di mantenere il mio diritto; la mia degradazione, il mio orgoglio, la mia felicità e la mia angoscia… È pazzia ripeterti questi pensieri, ma ti faranno forse comprendere perché, pur contrario a essere sempre solo, la sua compagnia non mi sia di sollievo, ma di aggravio al continuo tormento, e contribuisca in parte a rendermi indifferente alla relazione che si va stabilendo tra lui e la cugina. Non posso più far attenzione a loro, mai più.»

 

Probabilmente la sua salute cagionevole, messa a dura prova dopo gli anni trascorsi in un istituto in condizioni di vita malsane, la sua sete di riscatto come donna e come artista, la sua tenacia nel voler rispettare i dogmi del periodo e allo stesso tempo rispettare la propria natura l’hanno spezzata dentro. E dalle crepe di quel cuore in frantumi è uscita un’opera che non ha eguali per l’epoca, così da essere fortemente criticata (non perché scritta da una donna, visto che uscì sotto uno pseudonimo maschile) come eccessivamente innovativa.

Una novità per l’epoca, che come al solito intimorisce e se intimorisce significa che è un “male” che non va diffuso.

Non c’è infatti, come vi dicevo poco sopra, un lieto fine dichiarato; anche se è decisamente meno lieto di “Jane Eyre”, una piccola illusione di redenzione c’è, solo che non è così scontata o di immediata comprensione.

Bisogna comprendere, appunto, e io ci ho provato e ho votato per una piccola redenzione a favore di chi si salva, alla fine. Non ho badato alla punizione inflitta a Heathcliff, al destino beffardo che si è preso gioco di lui e anche di Catherine, che si sono maledetti a vicenda, per non aver dato retta ai loro cuori, per non aver assecondato quella folle passione che li ha sempre alimentati. La Brontë aveva deciso per il tutto o niente, senza indugio alcuno.

Il rispetto della morale e dell’apparenza che la società pretende come tributo di accettazione universale sono stati l’innesco dell’incendio che ne è seguito. La follia che ha distrutto ogni cosa, solo perché non poteva respirare un unico e potente sentimento che sentiva vivere in sé.

Conclusioni

Emily Brontë, si narra, che da fanciulla fosse amata e rispettata da tutti, soprattutto durante gli anni in istituto, ma poi crescendo e mentre era impegnata come insegnante divenne intrattabile e astiosa. Ha scritto moltissime poesie, molte delle quali sono andate perdute e un solo romanzo: “Cime tempestose”, che è l’unico a noi pervenuto. L’unico che ha completato? L’unico che si è salvato?

Mi sono perciò chiesta, a fine lettura, cosa avrei dovuto farne di tutte le emozioni provate, dove era quel romanzo magnifico? Era lì, tra quei battiti di cuore e quelle arrabbiature improvvise, tra i sussurri di rabbia e gli urli di ferocia, tra i capitoli chiusi con tristezza e quelli che avrei voluto non aver letto. Era lì, tra la prosa magnifica di una donna che non ha osannato l’amore di baci non dati e matrimoni accordati, di sguardi languidi e parole pronunciate sottovoce; ha dato fuoco all’amore e l’ha fatto ardere di vendetta, la stessa di una vita spesa a essere a immagine e somiglianza di qualcuno che non è mai esistito. Poiché è così che doveva essere, soprattutto – lo ribadisco – per le donne, una legge non scritta di vita, che a molte stava stretta ed Emily, a dispetto di tutte le altre, aveva la sua spada con il pennino intinto nel calamaio colmo di nero inchiostro, ha sferzato un unico colpo e ha segnato la sua vittoria, della quale – ahimè – non ha potuto godere.

«Ma, supponi che a dodici anni fossi stata strappata dalle Heights, da ogni ricordo dell’infanzia e dal mio tutto, come era Heathcliff a quel tempo per me, e che di colpo fossi stata tramutata nella signora Linton, la signora di Thrushcross Grange, moglie di uno straniero; e così per sempre esiliata da quello che era stato il mio mondo. Puoi capire allora l’abisso nel quale brancolavo! Scuoti pure il capo, Nelly, ma tu hai contribuito a turbarmi in questo modo. Avresti dovuto parlare ad Edgardo e obbligarlo a lasciarmi tranquilla. Oh, ma io brucio! Vorrei esser fuori! Vorrei essere una ragazza mezzo selvaggia, rozza, ma libera! Vorrei ridere delle offese e non impazzirne! Perché sono così cambiata? Perché il mio sangue è sconvolto solo per poche parole? Sono certa che tornerei quella di una volta se fossi ancora tra l’erica su quelle colline. Apri la finestra! Tutta quanta, presto! Perché non ti muovi?»

Giorgia Golfetto

Nota: se non ricordate di cosa parla il romanzo, oppure se lo volete scoprire velocemente, lo trovate nei nostri Classici Riassunti.

La Redazione