Invito a cena
Il buio scende impaziente sul grigiore di una giornata invernale. Lei non tarderà.
Vado alla porta della veranda per cogliere un movimento nel viale, un rumore, qualcosa tra gli alberi che mi annunci il giungere della carrozza, ma nulla si muove. Allora rientro e controllo le pietanze già pronte sui piatti di portata; un menù composto da sapori semplici ma intensi offriranno il braccio a quanto ci diremo.
La tavola apparecchiata è perfetta. I piatti di porcellana a fiori azzurri e bordo dorato si sposano con garbo alla serie di bicchieri in vetro soffiato; le posate in argento sprigionano una calda luminosità.
Al centro, un mazzo di rose a gambo corto richiama i motivi della tovaglia ricamata. I candelabri posati ad arte creano luce e ombra nella stanza, cosicché i nostri volti appariranno più morbidi, stemperando la difficoltà di questo momento: dar voce all’anima, prima che il castigo inghiotta ogni cosa.
Io e lei di fronte, occuperemo ambedue i posti a capotavola, simbolicamente distanti perché distanti siamo nel nostro bagaglio di sofferenza; sappiamo tutto l’una dell’altra eppure non ci conosciamo affatto. Un’ambiguità che dura da troppo tempo.
Il rumore della ghiaia schiacciata dalle ruote della carrozza annuncia che lei è finalmente qui.
Le andrò incontro ma non l’abbraccerò, né la bacerò, neanche le darò la mano, nessun contatto fisico tra noi. Cercherò solo i suoi occhi neri tenendomi a una certa distanza. Le dirò “benvenuta” con un sussurro che rispetterà la solitudine e il silenzio ai quali apparteniamo.
Il nostro incontro sarà intessuto di parole misurate e sapienti, attente a cogliere la più piccola sfumatura. Alcun dettaglio verrà trascurato ma nulla dovrà essere superfluo. Forti e tenaci scaveremo nelle nostre coscienze perché questa è l’unica occasione che abbiamo per capire chi siamo veramente; scindere per sempre conflitto e malvagità da debolezza e sottomissione.
Occorre distinguere senza più esitazioni la vittima e il carnefice, per ritrovare un equilibrio e da lì snodare i giorni che verranno. E quando ogni cosa sarà stata detta e il tempo consumato, una di noi due dovrà svanire per sempre. Tutto verrà di conseguenza.
Apro la porta e me la trovo davanti. È già lì, sulla soglia.
Ci sorprende un sussulto, quasi per una presenza inaspettata. Mi faccio da parte, con la mano la invito a entrare, le regalo un sorriso tirato.
Lei non si muove, appare incerta, pallidissima, i muscoli del viso contratti. Non ricambia il sorriso, forse è già pentita di essere venuta.
Mi turba questo suo atteggiamento di difesa; le rinnovo l’invito ad entrare con un gesto asciutto.
Lei fa due passi, è dentro, chiudo la porta alle sue spalle.
Uno specchio riflette la sua immagine: “un’impressione di bellezza….un velo nero sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cade dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo una bianchissima benda di lino cinge, fino a mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circonda il viso, e termina sotto il mento in un soggolo, che si stende alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio… la vita è attilata con una certa cura secolaresca, e dalla benda esce sur una tempia una ciocchettina di neri capelli.” (A. Manzoni)
In questi pochi secondi ho messo a fuoco che il taglio dell’incontro sarà diverso da come l’avevo pensato.
Ci studieremo attraverso i gesti, l’espressione del viso, le parole senza voce lanciate dagli occhi, più vibranti di qualsiasi parola pronunciata.
Sento crescere dentro di me il bisogno di far male. Ne sono sconcertata ma non mi sorprendo.
Le sedie con i braccioli e l’alto schienale ci accolgono nel rivestimento di velluto damascato color amaranto. Dispieghiamo i tovaglioli, io verso il vino nei calici. Vino limpido e rosso, aroma speziato, profumo di pelle preparata all’amore.
Il mio sguardo s’inebria mentre alzo il calice, mi coglie un languore mai sopito; lei lo rintraccia, abbassa gli occhi e non tocca il bicchiere. Arrossisce. Vuol sfuggire a un crescente disagio e allora indica le vivande pronte sulla tavola: desidera servirsi da sola, un appiglio alla quotidianità, il pretesto per distogliere l’attenzione dai miei gesti voluttuosi.
La sfida è già tra noi. Io colpirò, lei schiverà… se potrà. Oppure, fiera, rialzerà il mento e colpirà a sua volta.
Prosciutto in fette sottili come lenzuola, sfiorano riccioli di burro salato.
A seguire una zuppa resa audace da un pizzico di paprica si accompagna a ruvide fette di pane da inzuppare e sciogliere lentamente in bocca, e alla bocca infuocata del camino acceso attende la varietà di carni arrostite dove affondare i denti.
Sorseggio il vino, le labbra si uniscono al bicchiere con desiderio, mentre guardo la mia ospite negli occhi.
Lei guarda le rose e beve a piccoli sorsi, quasi svogliatamente.
Si sta contrapponendo a me, lo sento, sta prendendo forza contro la provocazione.
Io accarezzo imbrigliandola tra le dita, una ciocca dei miei capelli che sfuggono alla cuffia. Un altro sorso di vino danza attorno alla mia lingua. Penso a lui intensamente, lo desidero qui, lo evoco. Sento le sue braccia stringermi, la sua bocca su di me.
Anche lei percepisce il fuoco che mi divampa nelle viscere, i suoi lineamenti si alterano, la bocca è una fessura diritta, quasi una ferita sul mento corrugato.
Ho abbandonato ormai ogni pudore e attraverso il cibo sono tutta in lui, ancora una volta.
Sfioro, accarezzo, inzuppo, assaporo, mordo, socchiudo le labbra appena… socchiudo gli occhi, ingoio.
Con un rapido movimento della lingua raccolgo una goccia di salsa sulla bocca.
Lei è rimasta immobile, dal suo viso traspare solo distacco, non il disgusto che l’ha invasa e che io so.
Al fine si muove. Un gesto, solo in apparenza maldestro, rovescia il bicchiere per metà colmo di vino.
Un macchia rossa divampa sulla tovaglia ricamata, come sangue.
Nello stesso istante si alza in piedi, riempie lo stesso bicchiere di acqua e la beve tutta d’un fiato.
Acqua che lava. I suoi occhi ora mi trapassano, come l’affondo nell’inconsistenza di un fantasma. Mi ha colto di sorpresa, in un solo colpo mi ha annientata. Cerco un ultimo appiglio in una ancor più intensa evocazione di lui, ma lui non è qui. A mia volta sono in piedi, il busto diritto, ma è come se una vertigine mi trascinasse lontano. Mi appoggio al bracciolo della sedia spostata leggermente di lato e per un lungo istante i nostri occhi non si lasciano poi, come trascinata da una forza a me estranea, esco dalla stanza, corro via. Voglio andare da lui. Nei vetri della veranda, come riflessa in un grande specchio, vedo la mia immagine sfocata, in dissolvimento. Vorrei afferrare il mio sguardo disperato, ma tutto mi sfugge ormai. Ora lo so, io non esisto più e dopo l’espiazione rimarrà lei soltanto, suor Gertrude, nata per essere monaca.