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ll diario di Guido Turistico – Ep. 1 Il Gigante

Oggi ho avuto a bordo dei turisti bielorussi. Un uomo, due donne. Lui è enorme, gigantesco, pantagruelico. Supera il metro e novanta centimetri, non è lontano dai due metri. È anche largo, voluminoso, ipernutrito. È quasi boteriano. Ha una mano spaventosa, ricorda la benna di un escavatore. Le sue dita sono pesanti salsicce dal colore uniforme, brunito. Non riesce a usare bene il telefonino. Le icone sullo schermo sono troppo piccole per i suoi polpastrelli.

Si chiama Oleg, ha circa 60 anni. Non parla una parola di inglese, non parla una parola di italiano, non parla una parola che non sia russo. Spassiba. Ho usanto un’App di traduzione per comunicare con lui.

Oleg era accompagnato da una piccola signora di periferia, sua coetanea, modestamente vestita, e da una donna più giovane (la figlia?) e più appariscente. La piccola signora di periferia parlava poco, ma assentiva molto: “Da“. A tutto ciò che Oleg diceva, lei rispondeva “Da“. Non ho la più pallida idea di ciò che Oleg le comunicava ma immagino fossero richieste culinarie:
“Dopo mi devi preparare un panino enorme.”
“Da.”
“Voglio pane ben cotto, ricoperto di sesamo.”
“Da.”
“Me lo devi farcire con cotolette di vitello, con doppia panatura.“
“Da“.
“Devono essere fritte.”
“Da.”
“Ci voglio il formaggio.”.
“Da.”
“Stagionato e saporito.”
“Da.”
“Mi ci metti anche fette di salame?”
“Da.”
“E la cipolla?”
“Da.”
“Non possono mancare i cetriolini.”
“Da.”
“Siamo bielorussi, non possiamo tralasciare i cetriolini.”
“Da.”

La donna più giovane non ha spiccicato una parola per tutta la mezza giornata di escursione. Non emetteva alcun suono. Ha occhi gelidi, putiniani. Ha uno sguardo da lupa sedata. Calma, disinteressata. È bionda. Direi più gialla che bionda. I suoi capelli hanno lo stesso colore dei minions. Ci sono i minions in Bielorussia? Credo di no. Se ci fossero, Oleg li avrebbe già mangiati tutti.

Oleg mangiava in auto. La benna che ha al posto della mano, escavava cibo da voluminosi sacchetti di carta. Unti. Dentro c’erano biscotti artigianali, bomboloni mignon farciti con crema pasticcera o ricotta, piccoli ećlair al pistacchio. Li metteva in bocca e li distruggeva in mille detriti, prima di inghiottirli. Ogni tanto ne dava qualcuno alle signore. Loro erano meno voraci, meno rapide nel frantumare il cibo fra le fauci, molto più accorte nei movimenti e nella masticazione. Oleg, invece, sbriciolava. Gli scarti della sua demolizione alimentare si spargevano nell’abitacolo.

In teoria, sarebbe vietato mangiare a bordo dei nostri veicoli. Lo esplicitiamo nelle descrizioni dei tour che vendiamo online. Ma chi poteva fermare quella cascata di briciole? I tasti dei finestrini, la maniglia, la manopolina del climatizzatore sono stati unti, inevitabilmente. Perché Oleg ha salsicciato tutto con i suoi polpastrelli, nel tentativo di scegliersi una temperatura che agevolasse la sua digestione. Ma chi aveva il coraggio di obiettare qualcosa? Chi glielo diceva di non mangiare?

Io no, io ho taciuto.

A un certo punto, Oleg ha unto il telefonino per chiedermi, mediante il traduttore, se potevo fermarmi. Voleva cappuccini, tè, cioccolate calde. Gli servivano fluidi per accompagnare la discesa del cibo negli intestini.
Ho accostato di fronte a un bar pieno di gente. Lui mi ha appoggiato la benna sulla spalla. La mia clavicola, la testa dell’omero sinistro, una grossa parte della mia scapola, venivano racchiusi nel palmo della mano di Oleg. Ti prendo e ti porto via, sembrava voler dire. Invece voleva chiedermi di scendere con loro a bere qualcosa al bar. C’è riuscito senza parlare. L’ho capito mediante l’esteso contatto della sua mano.

Io non avrei voluto niente, avevo già preso il caffè. Inoltre avremmo perso del tempo prezioso. I turisti non si rendono conto che io non sono in vacanza con loro, che io sto lavorando, che io ho dei tempi da rispettare. Ma chi glielo diceva “niet” a quello?
Io no.
Io ho saputo soltanto tacere, scendere, obbedire.

Non ho capito come abbia fatto Oleg a ordinare un cappuccino per sé e un tè  a testa per le signore. Sospetto che la gialla parli qualcosa di inglese o di italiano. Altrimenti il barista non avrebbe capito niente. Mi chiedo perché la gialla non mi abbia mai aiutato a comunicare con Oleg. Forse non sono un animale degno della considerazione di una lupa bielorussa…

Non avevo voglia di nulla, ma ho ordinato ugualmente un cappuccino innocuo. Ovvero decaffeinato. Oleg mi guardava soddisfatto, puntandomi addosso i suoi enormi occhi cerulei. Occhi perfettamente sferici, a malapena contenuti da palpebre generose come saracinesche.
Sul bancone del bar, Oleg ha involontariamente raccattato briciole di cornetti, paste, biscotti. Anche un po’ di zucchero a velo. È finito tutto sulla manica della sua camicia marrone. Una camicia gigante, che ha lo stesso colore e la stessa estensione di un appezzamento di terreno: XXL’ettaro.

Prima di ripartire, ho notato che il sedile della macchina spariva sotto il deretano di Oleg. Ho avuto paura che potesse danneggiare l’auto, ma non ho potuto esternare il mio timore. Ho anche visto la manica della sua camicia spargere residui di cibo sul montante dello sportello. Mi toccherà pulire tutto.

Arrivati a destinazione, Oleg ha di nuovo poggiato la benna addosso a me. Mi toccherà lavare anche la mia polo, più tardi. Ha detto “foto”. Voleva che io scendessi e lo immortalassi con le sue compagne di viaggio.
Da.
Quando Oleg è sceso dall’auto, testando bene gli ammortizzatori, ha preso la mano della piccola signora di periferia e l’ha tenuta nella sua benna. Sembrava aver paura che lei fuggisse. Nelle foto, Oleg e la piccola signora, mano nella benna, sorridono. La lupa no. Non esterna alcuna emozione.

Spassiba foto.
Poi se ne sono andati. Visita libera, percorso naturalistico. Passeggiata mano nella benna con la lupa al seguito. Dasvidania.
Mentre li attendevo, mi chiedevo come sarebbe andata. Forse hanno cacciato Forse hanno ucciso della selvaggina. Ma non ci sono animali di grossa taglia qui. La lupa potrebbe aver morso un turista, Oleg gli ha spaccato la testa con un colpo secco della benna, la piccola signora di periferia ha cucinato bistecche di turista, e così hanno mangiato…

Due ore dopo, Oleg è tornato sudaticcio, più unto di una mortadella gigante. Ha violentato il mio povero sedile, accomodandosi in auto. Spassiba. Siamo partiti per andare a fare una degustazione di prodotti locali. La piccola signora di periferia ne sembrava entusiasta. La lupa era impassibile.
Scalare di marcia con Oleg seduto al mio fianco non è stato semplice. Eppure bisognava farlo, prima di ogni tornante. Non volevo sfiorarlo, non mi andava di carezzarlo involontariamente. Ho cercato di agguantare la leva del cambio con movimenti disagevoli. Brutta ginnastica.

Dentro la cantina, Oleg si è pappato diverse tartine. Anche la signora assaggiava, mentre la lupa si era dileguata. Ci hanno impiegato almeno mezz’ora ad assaggiare tutto. Oleg teneva un cestino che ha riempito di vino, grappa, prodotti tipici. A occhio avrà speso 200 euro.

Lungo il viaggio di ritorno verso il loro hotel, ho sentito la lupa sbuffare. Il motivo non lo saprò mai, ma credo che lei non volesse venire qui. Credo volesse rimanere nella steppa.

Oleg ha usato il traduttore per spassibarmi. Non mi ha lasciato neppure un copeco di mancia. Forse tutti i suoi soldi sono stati spesi in leccornie. Ma gli sono grato ugualmente perché il sedile sembra integro. Se lo avesse spaccato non sarei stato capace di chiedergli un risarcimento.

Adesso accendo il bidone aspiratutto e cerco di rimuovere il ricordo di Oleg…

Fine.


Guido Turistico