Estratto La miglior parola
CAPITOLO 1
Come gravava un’intima angoscia
su spirito e corpo con sgradevole peso!
Lo sguardo circondato da orride larve,
nel deserto del cuore oppresso e vacuo.
J.W. Goethe
Il treno oscillava ritmicamente, scuotendo i rigidi sedili di legno. Fuori, le Alpi tutte innevate si aprivano con avarizia tra burroni e crepacci per far strada al convoglio che portava verso l’Italia persone con storie diverse alle spalle. Faceva molto freddo. Pochi erano gli italiani che ritornavano al sud per un permesso dal lavoro o perché avevano perso ogni speranza di un futuro migliore nel Nord Europa. Uomini ansiosi, uomini disperati, uomini depressi si aggiravano nei vagoni, con una sigaretta spenta e ammaccata tra le labbra, il viso scarno e segnato, gli occhi febbrili alla ricerca bramosa di un indizio della loro patria, che li avrebbe risollevati con l’antico motivo che il paese del sole era il meglio che ci fosse. E pochi erano anche i viaggiatori del nord che scendevano al Sud. Non era infatti la stagione adatta. In pieno inverno perché andare in Italia? Se qualcuno lo avesse fatto, forse per svernare nel paese della calda bellezza, lo avremmo trovato nelle carrozze di prima classe e non tra modesti lavoratori. E nessuno o quasi sarebbe sceso in Italia per lavorare; al contrario, il flusso verso nord era notevole in ogni stagione. E allora cosa ci faceva una ragazza tedesca, in terza classe, sul treno che da Zurigo portava a Milano in un freddissimo pomeriggio del febbraio del 1952?
Per quanto strano possa sembrare, Anneluise B. veniva in Italia per lavorare. Altissima, bionda, con un corpo flessuoso e provocante, aveva un viso piacevole, imbruttito da un sorriso che tratteneva a stento troppi denti accavallati tra loro in una bocca con troppa saliva. Incurante degli sguardi curiosi e bramosi che gli uomini le rivolgevano, Anneluise, stringendosi nel suo cappottino modesto, guardava fuori dal finestrino senza vedere nulla. Del resto, poco le importava che ci fosse la neve o il sole. Per natura, indifferente alle circostanze esteriori, era concentrata totalmente nei propri pensieri.
Aveva fatto bene o male ad accettare quella possibilità di lavoro a Roma? Bene o male che fosse, non c’erano state alternative. Il pensiero rapidamente andò al suo paese, a un piccolo borgo vicino Dresda, dove aveva vissuto un tempo con la nonna e la madre. La loro vita scorreva uguale, silenziosa, fredda e triste. Il padre era morto in un incidente sul lavoro quando lei era bambina. Faceva il forestale ed era caduto da un albero che stava tagliando. Ricordava ancora il suono del campanello della porta di casa un pomeriggio d’estate, il grido soffocato della madre e poi la nonna che la tratteneva con forza decisa contro la sua gonna, la stoffa ruvida sulla bocca, impedendole di andare alla finestra per vedere con chi andasse via la mamma. Nessuno più le aveva detto cosa fosse accaduto. Nessun particolare. La vista del corpo del padre steso sul letto era stato un dolore acuto al petto anche per i giorni che poi erano seguiti al funerale.
E di nuovo il tempo uguale aveva ripreso a scorrere. Adesso erano rimaste con la pensione della nonna e la madre si era messa a lavorare come donna delle pulizie in casa delle famiglie più benestanti del paese. Era una donna silenziosa, rigida, fredda. La nonna, più comunicativa con lei, odiava però le mollezze del sentimento.
Anneluise si era abituata a chiudere il cuore per non soffrire. Era cresciuta silenziosa, con le due donne. Di quell’infanzia non amava un solo giorno. Non vedeva l’ora di fuggire per la sua strada e liberarsi di quel silenzio. Le sue speranze di ragazza erano state coronate dall’in- contro inaspettato con un giovane poliziotto di Duisburg che da poco era stato trasferito in paese. Anneluise era all’ultimo anno di scuola e con la bicicletta correva spesso a incontrarlo. L’amore era sbocciato presto e con passione, tra un incrocio e una piazza, ma poi lo scoppio della Seconda guerra mondiale l’aveva separata dal suo ragazzo, che l’aveva sposata in fretta pochi giorni prima della partenza. Era il 1940. Il tempo passava. Poche lettere sporadiche le dicevano che lui stava bene, che la pensava, che l’amava e non vedeva l’ora di tornare. Intanto lei frequentava un corso di infermiera. Sarebbe stato un lavoro sicuro per costruire il loro futuro.
Il campanello della porta era suonato ancora una volta per annunciare che un altro dolore le avrebbe lacerato il cuore. Lo sposo amato, colui che avrebbe dovuto liberarla dal freddo e dal silenzio se n’era andato anche lui, colpito da una granata che lo aveva dilaniato. Stavolta non c’erano corpi da piangere e da distendere sul letto di casa. Un freddo telegramma le aveva tolto il futuro. Ora, tre vedove silenziose abitavano la stessa casa. E poi era arrivato l’inferno. Con l’invasione russa, ai bombardamenti si aggiunsero la fame e le violenze alle donne. Ora non voleva ricordare quel che aveva subito da alcuni soldati che l’avevano sorpresa mentre con un grosso pezzo di pane correva in bicicletta verso casa per sfamare le sue due vecchie. Quell’episodio l’aveva indurita un po’ di più, quel poco di dolore che non credeva di avere ancora dentro se ne era andato con lo stupro, facendo un gran chiasso nell’anima. Era stata lì lì per diventare pazza mentre all’esterno opponeva un silenzi imperscrutabile. Le sue vecchie non avevano saputo nulla dell’episodio e lei non ne aveva mai parlato con nessuno. Sarebbe servito a poco, solo a umiliarla e ad aprire un vaso di dolore. Il corpo era guarito dopo qualche giorno di sanguinamento, l’anima era però rimasta inquieta, in cerca di un’occasione di riscatto, di vendetta. Ma era un’anima di cristallo e sapeva aspettare.
Dopo furono ancora anni di freddo, di fame, di silenzi e di giorni in cui per sfamarsi e sfamare le sue vecchie andò a cercare lavoro dove poteva. Sul treno, mentre la mente vagava tra i ricordi, Anneluise si strinse ancor di più nel cappotto vecchio. Dietro quel finestrino le venne un pensiero: ma la sua mamma che andava per le case a far le pulizie, aveva incontrato le sue stesse esperienze? Ora, come una folgorazione, questo pensiero le suggeriva di osservare con occhi diversi quella donna livida, dura, desiderosa di silenzio quando tornava la sera a casa. Anneluise ricordava la sua di esperienza, quando per qualche tempo aveva lavorato per pochi marchi nel negozio del bottegaio Marten che la obbligava a stare sulla scala per spolverare gli scaffali mentre la mano affondava grassa e rimestava dentro le sue mutandine. Non c’erano altre possibilità per mangiare che divenire la puttana di quel vecchio maiale e per qualche anno lei lo aveva fatto, con odio, nel silenzio, disponibile a tutte le richieste, compiaciuta di non trovare più in sé che freddezza, nessun dolore, la libertà dal dolore, quasi una selvaggia felicità: “Non puoi farmi niente, vecchio, io non sento niente e tu mi paghi.”
Tutti gli uomini l’avevano violata, ingannata, abusata, abbandonata. Quelli che avrebbero dovuto amarla l’avevano lasciata sola in balia degli altri. Ora, aveva 29 anni di vita e secoli di sofferenza e di devastazione dentro.
La mamma e la nonna, qualche anno prima erano fuggite con lei, affittando insieme ad altri una macchina che una notte le aveva portate via da quel pezzo di Germania ormai stabilmente in mano alla Russia. La promessa di una vita migliore si era fatta strada sentendo i racconti dei parenti di chi era fuggito dalla miseria e dalla povertà della Germania dell’Est. Lei e le sue due vecchie erano approdate così ad Heilbronn, dove viveva una sorella della nonna, ma in poco tempo aveva compreso che anche lì non vi sarebbe stato un futuro così roseo. Aveva conosciuto, mentre per quattro soldi faceva tirocinio come infermiera, una ragazza che le aveva parlato della possibilità di guadagnare tanto in breve tempo andando presso famiglie ricche italiane come bambinaia.
All’inizio istintivamente aveva rifiutato perché pensava di odiare i bambini, ma poi dopo mesi di grigio quotidiano, si era detta: “Perché no?”
La ragazza che le aveva parlato di quel lavoro l’aveva portata una sera a una associazione cattolica che, in contatto con la sede italiana, selezionava le giovani donne. Si era iscritta e così, dopo un po’ le era arrivata la proposta di un lavoro sicuro presso una famiglia ricca di Roma che la richiedeva come bambinaia per due fratellini. Aveva accettato questa svolta della vita, con la stessa freddezza e incuranza di sempre, attratta però
dall’avventura che la vita le proponeva.
L’Italia! Sogni romantici si fondevano con questo nome, ma tutto questo, si ripeteva, non era più per lei. Tuttavia, voleva assolutamente andare. Le sue due vecchie, se c’erano rimaste male, non lo diedero a vedere. Anneluise fece la sua piccola valigia, baciò sulle guance la madre e la nonna e disse loro: “Vi scriverò.” Non le guardò negli occhi mentre andava via una mattina all’alba. Prese un autobus, poi il treno da Stoccarda a Zurigo e di lì un altro per Milano.
Un controllore, entrato a verificare i biglietti, la riportò al presente e ai suoi progetti. Ora sul treno si allontanavano pensieri tristi, e la vaga ansia che la prendeva le faceva presentire un po’ di vita che da tempo non provava dentro. Poteva essere scambiata per vaga eccitazione. Il paesaggio si addolciva piano piano verso laghi e pianure. Milano si avvicinava. Avrebbe cercato una pensioncina per pochi soldi. Intanto un uomo che la guardava da tempo le si avvicinò e le offrì una sigaretta…
“Perché no?” pensò lei con tagliente sarcasmo.