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La regina dell’aria: Amy Johnson

Fa così freddo che ha paura di respirare. Se quest’aria glaciale le entrasse dentro, tutta in una volta, potrebbe ucciderla. Il cuore, il suo piccolo animale cardiaco, che le ha nidificato in seno, sceglierebbe di andarsene in letargo. La lascerebbe sola, a fluttuare nel nulla più gelido di sempre, ancora per qualche frigido istante, prima di schiantarsi definitivamente. Finirebbe così, finirebbe male, con un assurdo percorso a ritroso: dal regno dei cieli all’impatto col suolo. Niente rimarrebbe di lei, fuorché il biasimo dei benpensanti.

“Se l’è andata a cercare!” direbbero i più antipatici, liquidando come perniciosa follia la sua voglia di libertà.

Amy trema come una foglia, sotto il pesante giubbotto di pelle, imbottito di peluria ovina, e sotto la tuta da aviatore, oramai completamente zuppa di pioggia. È così stanca che vorrebbe solo chiudere gli occhi e mollare tutto, lasciarsi andare al nulla e riposarsi, finalmente, nell’eterno niente che l’aspetta.

“Quanto tempo mi rimane prima di assiderarmi completamente?” pensa Amy, un attimo prima di chiudere pericolosamente gli occhi. Per la prima volta, nei suoi 27 anni di vita, ha deciso di mollare. La morte le sembra la scelta più vantaggiosa, di fronte al gelo e alla stanchezza. Curiosamente, però, è proprio il suo corpo a salvarla. Il suo corpo prostrato e intirizzito, che le urla da giorni di smetterla subito con questa tortura insopportabile, le viene inaspettatamente in soccorso. Non appena inizia a battere i denti, infatti, Amy si morde involontariamente la mucosa della bocca, appena dietro le labbra. Il dolore pungente la risveglia dal suo pericoloso torpore. Amy riapre gli occhi e lancia la lingua contro la zona dolorante. Si impegna in una compressione palliativa che le possa donare sollievo al più presto. Non funziona. La bocca le duole ancora, tanto forte è stato il suo morso accidentale. Non le resta che imprecare ad alta voce. Altissima, anzi. Tanto chi mai potrebbe sentirla quassù? Ma il gioco è fatto: la sofferenza e la rabbia la hanno provvidenzialmente ridestata ed Amy può adesso riprendere il controllo di se stessa e dell’aereo. È la dimostrazione di come il dolore possa essere benefico e corroborante, qualora si abbia il coraggio di affrontarlo a viso aperto. Amy riduce gli occhi a una fessura, ora che la rabbia ha soppiantato l’indolenza dovuta allo sfinimento. Manovra l’aereo in picchiata. Esso inizia a sussultare e a gemere come un animale ferito. Chiamarlo ancora aereo è un grande attestato di stima e, forse, una sopravvalutazione imperdonabile. Il termine più corretto sarebbe “trabiccolo”. Meglio ancora “coso”. Il coso, tutto squinternato da due settimane di volo singhiozzante, sballottato dalla tempesta monsonica, danneggiato da due atterraggi di fortuna, rattoppato alla bell’e meglio dagli indigeni (sedicenti meccanici), sarebbe un Havilland DH 60 Moth Gipsy. Amy lo ha comprato di seconda mano per 600 soffertissime sterline. Le sembravano soldi ben spesi, appena un mese fa. Se l’era fatto rimettere a nuovo, il coso, verniciandolo in due tonalità: un classico verde inglese e un rassicurante argento banausico. Lo aveva allestito al meglio per prepararlo alla sua folle impresa. Con la vernice fresca e i due serbatoi supplementari, sembrava aver acquisito un’insospettabile solidità, a fronte dei suoi soli 417 Kg di peso a vuoto e del modesto motore da 100 Hp. Il coso, infatti, è un modello degli anni ’20, un timido pioniere dell’aeronautica. Non offre né comodità né sicurezze, si muove per mezzo di un’elica, e traballa abbondantemente. Del resto, cosa ci si potrebbe aspettare da un velivolo al quale il costruttore ha dato il nome di moth gipsy” (falena zingara)?

Adesso la falena è azzoppata e l’intelaggio delle sue ali ha subito dei forti danni, cui si è cercato di porre rimedio in maniera fantasiosa e con quel poco che c’era a disposizione. In alcuni punti, si è provveduto a fasciare i tubi con bende e cerotti, visto che era impossibile procurarsi un saldatore. Il record, il tanto agognato obiettivo di ottenere un assurdo primato, è oramai sfumato. Non restano che il pericolo, la stanchezza e la delusione. Oh, di certo la conoscete tutti la delusione, la lama aguzza con cui il fallimento recide tutto il possibile, dentro l’animo dello sconfitto: la favella, per privarlo dell’espressione; la volontà, per fiaccarne l’ambizione; le energie, per minarne l’orgoglio. La delusione avvelena l’animo e rumina in testa in mille circoli viziosi e concentrici, che possono avvilupparsi all’infinito se non si reagisce in fretta.

“Ne valeva la pena?” si chiede adesso Amy, mentre tenta un atterraggio di fortuna.

Amy Johnson
Credit: @NationalGallery

Era il primo giorno di luglio del 1903 quando Amy Johnson venne alla luce ad Hull, nella periferia inglese. Suo padre dovette sgranare gli occhi alla vista di colei che era la sua quarta figlia femmina e, in seguito, rassegnarsi a non avere un erede maschio. Ben presto, però, si accorse che il ruolo di maschiaccio della famiglia lo avrebbe assunto Amy. Un carattere esuberante e uno spirito libero si nascondevano dietro gli splendidi occhi azzurro cielo di sua figlia minore. Si manifestavano con la tendenza alla ribellione, con il rifiuto del conformismo e con una grande energia. Crebbe in fretta, Amy Johnson, e la genetica le regalò un bel volto cinematografico. Aveva uno sguardo profondo e penetrante, contornato da sopracciglia lunghe e sottili. Una naturale ombreggiatura delle palpebre e del contorno occhi contribuivano ad accentuare il magnetismo delle sue iridi, conferendole fascino ed alterigia. A soli 14 anni ebbe un fastidioso infortunio, che segnò uno spartiacque importante nel suo sviluppo emotivo. Durante una partita di cricket, la mazza di una maldestra giocatrice sfuggì ad ogni controllo e volò dritta in faccia ad Amy. Il dolore lancinante e il terribile spavento per la copiosa perdita di sangue dal naso e dalle labbra, la fecero tremare a lungo. Ma se la cavò con qualche punto di sutura e con la perdita di un incisivo. Se prima era loquace e ciarliera, dopo questo episodio divenne silenziosa ed introversa. Tendeva a starsene sola, a contemplare il mondo dalla sua prospettiva anticonformista. Sognava. Stava con la testa tra le nuvole, pur avendo allora i piedi piantati per terra, e aspirava a qualcosa che non avrebbe saputo definire. Lo avrebbe scoperto solo molto più tardi, il suo sogno arcano e sottaciuto: volare. Salire lì, dove tutto appare più puro ed appagante, dove nessuno interferisce con il suo spazio vitale e dove la libertà incontra meno ostacoli.

Amy Johnson da bambina
Credit: @TheMirror

Amy si appassionò al volo all’età di 25 anni. Si trovava a Londra, dove si era trasferita dopo aver conseguito la laurea in economia. Già un titolo di studio accademico era, a quell’epoca, un insolito distintivo di valore per una donna. Il fatto, poi, che non pensasse a cercarsi un marito, come facevano le sue coetanee e come avevano già fatto le sue sorelle maggiori, la rendeva quantomeno stramba agli occhi del mondo. Amy aveva deciso di lavorare e rendersi economicamente indipendente. Si era impiegata come segretaria in uno studio legale e si era subito fatta apprezzare per competenza e professionalità. Ma il desiderio di evasione, che aveva sempre covato inconsciamente, si era manifestato quando aveva visto una scuola di pilotaggio. I costi proibitivi, per quella che era allora un’attività avveniristica ed elitaria, la tennero lontana dalla tentazione per qualche tempo. Finché non scoprì che, iscrivendosi all’Aeroclub londinese, avrebbe potuto addestrarsi con spese molto più contenute. Era l’unica donna del corso, ma questo non la intimidì in nessun modo. Seguì scrupolosamente tutte le lezioni e cominciò ad impratichirsi su un piccolo aereo biposto, dotato di doppi comandi. Una scuola guida in aria, insomma. Quanta trepidazione nel sollevarsi da terra per la prima volta, e quanta bellezza dimostra di avere il mondo visto dall’alto, e quante emozioni nel sentire di avere il controllo del velivolo, senza che l’istruttore interferisca nelle manovre…

Amy riuscì ad effettuare il suo primo volo in solitaria il 9 Giugno 1929. Un mese dopo ottenne il brevetto di volo. Ma continuò a studiare e ad esercitarsi, acquisendo molte competenze in ambito meccanico. Così, divenne la prima donna britannica ad ottenere un brevetto di ingegnere di terra. Era in grado, quindi, di effettuare da sola la manutenzione ordinaria di un velivolo. Il problema era che la passione per il volo le portava via molto tempo e le assenze dal lavoro divennero troppo frequenti. Il suo capoufficio le intimò di scegliere fra il lavoro e la sua voglia di volare. Amy si dimise e scelse di diventare un pilota professionista. Un mestiere da uomo per una donna risoluta e ambiziosa. Tanto per cominciare, scelse un obiettivo facile facile: una trasvolata intercontinentale dall’Inghilterra all’Australia. Si proponeva di battere il record che era stato stabilito nel 1928 da un pazzo di nome Bert Hinkler, che aveva completato il viaggio in quindici giorni e mezzo. Una robetta da niente, insomma.

Il signor John William Johnson, suo padre, scuoteva la testa e sorrideva al sentire i propositi di quella sua figlia scapestrata. Ma non le negò il suo appoggio quando Amy gli chiese di contribuire all’acquisto di un aeroplano usato. La sorte gli aveva negato un figlio maschio, ma la sua Amy prometteva di dargli grandi soddisfazioni. All’investimento contribuì anche Charles Wakefield, petroliere e mecenate dell’aeronautica. La scelta si rivelò essere subito proficua, visto che la stampa si interessò immediatamente all’impresa che Amy stava progettando. Il Daily Mail si assicurò l’esclusiva per la cronaca delle varie tappe della trasvolata per la ragguardevole cifra di 2000 sterline. La compagnia di Wakefield fornì il carburante durante il viaggio. Bisogna considerare che quelli non erano tempi in cui si potevano facilmente reperire grossi quantitativi di benzina, specialmente nei paesi meno industrializzati. Trattandosi di una corsa contro il tempo, inoltre, bisognava effettuare le operazioni di rifornimento il più in fretta possibile, quindi i fusti di carburante dovevano essere già predisposti nei punti di atterraggio prestabiliti. Trovare e riconoscere tali avamposti era una vera e propria impresa. Non esistevano né radar né strumenti di navigazione satellitare, quindi bisognava procedere individuando via via dei punti di riferimento segnati sulle mappe. Il volo veniva effettuato a quote piuttosto basse, rispetto a quanto avviene oggi. Si trattava di qualcosa che era più facile a dirsi che a farsi.

Questa benedetta donna, questa donna sconsiderata e avventurosa, che ha rischiato di morire di freddo, che ha dormito qualche notte all’addiaccio su terre sconosciute, con l’unico conforto di un sacco a pelo, che ha rischiato di schiantarsi al suolo o di sprofondare nell’oceano, aveva scelto di partire il 5 Maggio 1930. Vi pare il caso di intraprendere un simile viaggio in una data tanto funesta? Solo un’inglese poteva non curarsi di un tale dettaglio storico. Comunque, dopo il decollo dall’aeroporto di Croydon, le cose andarono piuttosto bene, se si eccettua qualche difficoltà diplomatica in Turchia, che la costrinse ad effettuare una tappa supplementare ad Aleppo, in SiriaPoi si diresse verso Baghdad ma, a causa di una violenta tempesta di sabbia, dovette avventurarsi ad atterrare sul terreno di un povero contadino, assolutamente ignaro. La Royal Air Force, di stanza in Iraq, effettuò le riparazioni indispensabili sul suo trabiccolo danneggiato ed Amy poté ripartire per Bandar Abbas (Iran) e Karachi (Pakistan). Era ancora in vantaggio sul tempo stabilito da Bert Hinkler prima di raggiungere l’India. L’atterraggio era previsto ad Allahabad, ma Amy perse la rotta, finendo a Jhansi e dovendo ricorrere ad un atterraggio spericolato che causò molti danni all’aereo. Questo le comportò una fatale perdita di tempo. Sarà pure un caso che tutto ciò sia successo in un posto chiamato Allahabad, cioè città di Allah, ma io mi sono intestardito a pensare che Allah le abbia voluto giocare un brutto tiro, o forse era semplicemente concentrato altrove.  Tuttavia, il 13 maggio Amy riuscì a ripartire per giungere fino a qui, nell’immaginario tempo presente del mio racconto pretenzioso. Adesso le tocca di atterrare sull’isola di Giava, in mezzo alla giungla selvaggia. L’impatto con la vegetazione contribuisce a scassare ancora di più il suo aereo. La battaglia contro Hinkler è definitivamente persa. Amy sa, però, che se riesce a rimettere in sesto il velivolo e a raggiungere l’Australia sarà la prima donna al mondo ad aver compiuto un simile viaggio. Certo, ci sarebbe da correre il rischio di sorvolare un gran bel pezzo d’oceano affidandosi a un motore che singhiozza in modo preoccupante da un paio di giorni, ma lei non difetta certo di coraggio. Amy sposa in pieno, forse inconsciamente, il pensiero dello storico greco Tucidide: “Il segreto della felicità è la libertà, e il segreto della libertà è il coraggio.

Dopo tanti sacrifici, il 24 maggio 1930, Amy tocca il suolo australiano. Le sono occorsi 19 giorni e mezzo per attraversare il mondo e percorrere 13840 Km. Anche il fatto di essere atterrata in una città chiamata Darwin sarà un caso, ma a me piace pensare che questa sia una coincidenza antropologica e il compimento di una sfida alla selezione naturale. Una donna giunge a Darwin e ribadisce linnegabile parità fra i sessi.

C’è una folla festante ad accoglierla. Giungono subito i telegrammi di congratulazioni da parte del sovrano inglese Giorgio V, della regina Mary, del premier inglese Ramsay MacDonald, dei reali del Belgio e del leggendario collega Charles Lindbergh. Amy si prende le prime pagine dei giornali e gira per un mese e mezzo per tutta l’Australia, partecipando a feste e parate. Dapprima viaggia sul suo aereo sgangherato, giusto per mostrarlo alla gente, ma poi lo schianta definitivamente al suolo e decide di abbandonarlo. Una scelta più che opportuna, direi. Durante il festoso soggiorno australiano, Amy conosce il collega scavezzacollo Jim Mollison. È uno scozzese guascone e sfacciato, che le fa la corte senza tanti sentimentalismi.

Un romantico ritratto di Amy Johnson
Credit: @NationalPortraitGallery

Per riuscire a tornare a casa, non esistendo voli di linea intercontinentali, Amy deve imbarcarsi su una nave per l’Egitto. Lì, poi, prende un volo della Imperial Airlines che la riconduce all’aeroporto di Croydon. È il 4 agosto 1930 e c’è l’incredibile folla di un milione di persone ad accogliere colei che oramai tutti identificano come “Queen of the air”. Riceve l’ordine cavalleresco dell’impero britannico e diventa una vera e propria star. Il Daily Mail le offre un contratto da 10.000 sterline per effettuare dei voli pubblicitari sullo spazio aereo britannico. Amy riesce a trasformare in lavoro la sua passione. Tuttavia, è costretta da alcuni malesseri ad una pausa forzata. Deve riprendersi dalle fatiche affrontate.

Nel 1931 diventa il primo pilota al mondo a riuscire nell’impresa di volare ininterrottamente da Londra a Mosca. Un viaggio di 21 ore. L’anno successivo incontra di nuovo Jim Mollison e compie la scellerata scelta di sposarlo. Insieme tentano l’impresa della trasvolata atlantica, da Londra a New York, con un piccolo biposto. Dopo aver attraversato tutto l’oceano, giunti a solo 80 Km dalla statua della libertà, finiscono il carburante. Sono costretti a tentare un atterraggio di fortuna da qualche parte nel New Jersey. L’impatto al suolo è violentissimo e l’aereo si ribalta. Entrambi rimangono feriti, ma si riprendono presto. Nel 1934 provano di nuovo a rompersi l’osso del collo, volando da Londra a Melbourne. Tuttavia, sono costretti ad interrompere il viaggio per sopravvenuti problemi meccanici.

Vivere in questo modo è oltremodo dispendioso e pericoloso. Amy si trova più volte in ristrettezze economiche, ma riesce comunque a continuare a volare grazie alla sua enorme popolarità. È così benvoluta dalla gente, che vengono organizzate diverse sottoscrizioni pubbliche per raccogliere i fondi necessari alle sue imprese. Riceve in dono un altro aereo da un imprenditore appassionato di aeronautica. Tutto ciò può apparire eccessivo o bizzarro, ma bisogna tenere conto della suggestione che il volo determina su un pubblico che assiste, per la prima volta nella storia, allo spettacolo degli uomini volanti. Amy compie la sua ultima impresa sportiva nel 1936, coprendo la distanza tra Londra e Città del Capo a bordo di un Percival Gull Six e stabilendo un nuovo record mondiale. Ottiene numerosi premi e riconoscimenti, prima che lo scoppio della seconda guerra mondiale ponga fine alla sua carriera di pilota sportivo. Nel frattempo, il suo matrimonio è andato irrimediabilmente fuori rotta. Jim, infatti, è un beone e un donnaiolo. Dopo aver subito numerosi tradimenti, Amy gli dà il benservito nel 1938. A causa delle difficoltà economiche, Amy decide di dedicarsi al volo a vela. L’aliante diventa il suo nuovo strumento d’evasione. Per certi aspetti, è perfino più suggestivo di un vero aeroplano: l’assenza del motore, infatti, incrementa il rischio. Ma il silenzio assoluto rende tutto molto più affascinante. Nel 1937 Amy rimane fortemente colpita dalla tragica scomparsa della leggendaria collega americana Amelia Earhart. Amy ed Amelia, quasi omonime e quasi coetanee, pur avendo tante cose in comune, non si sono mai incontrate. Il destino gli nega per sempre questa opportunità.

Quando l’Inghilterra viene drammaticamente coinvolta nella seconda guerra mondiale, Amy decide di rendersi utile e tornare a volare su un aereo a motore. Si arruola nell’ Air Transport Auxiliary, un’organizzazione civile che supporta l’industria bellica ed aeronautica. Amy si occupa di trasferire materiale ed aeroplani della RAF sul territorio britannico. Il 5 gennaio 1941, mentre vola da Blakpool a Kidlington, perde fatalmente la rotta a causa della spessa coltre di nebbia e di un nefasto strato di ghiaccio, formatosi sul parabrezza. Gira a vuoto, cercando di ritrovare l’orientamento, ma esaurisce il carburante. Non le resta che lanciarsi col paracadute, mentre l’aereo precipita sull’estuario del Tamigi. Amy finisce in acqua vicino a un convoglio navale. Alcuni marinai cercano di aiutarla lanciandole delle funi, ma lei non riesce ad afferrarle. Il tenente comandante Walter Fletcher si tuffa arditamente nelle gelide acque del fiume per prestarle soccorso, ma non riesce ad avvicinarla perché le corde del paracadute si sono impigliate nell’elica di una nave. Amy viene risucchiata e fatta letteralmente a pezzi. Anche Walter Fletcher perde la vita per assideramento, subito dopo essere stato issato a bordo dai marinai. Di Amy non rimane nessuna traccia. A soli 38 anni finisce tragicamente il mito del suo spirito indomito e coraggioso.

Sapete, il complottismo non è affatto un’invenzione dei giorni nostri. Esisteva già allora. Qualcuno dice che la Johnson fosse coinvolta in delle operazioni di spionaggio per conto del governo britannico e che la vera ragione del suo volo venne nascosta dalle autorità. Io so solo che, dopo tanti tentativi, il freddo riuscì ad ucciderla.

 

Rosso Groviglio

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